giovedì 5 agosto 2010

«Siamo i discendenti di Gengis Khan difendiamo la nostra razza dai cinesi»

Contro i vicini, nemici storici, in Mongolia spuntano i neonazisti: «Hitler? Una persona rispettabile»

di Federico Pistone

I mongoli non amano andare in bicicletta «perché ci vanno i cinesi». Al supermercato snobbano frutta e verdura provenienti da Pechino e preferiscono quelle coltivate in patria anche se costano un occhio e hanno il sapore che può avere un prodotto cresciuto in una terra glaciale. Insomma, i mongoli detestano i cinesi con tutto il cuore. Un odio ancestrale, storico, prima da dominatori (ai tempi di Gengis Khan) poi da sottomessi fino alla «liberazione» sovietica negli anni 20 del Novecento. Ma ora questo sentimento, anzi questo risentimento popolare sta degenerando a Ulaanbaatar, la capitale più fredda del mondo e anche la più tollerante, almeno fino a poco tempo fa. Cioè quando si è costituita un’organizzazione ultranazionalista che ha nello «statuto» la salvaguardia della purezza della razza mongola e che sta raccogliendo sempre più consensi.


«SVASTICA BIANCA» -
A scanso di equivoci gli adepti hanno scelto come simbolo la croce uncinata e si sono chiamati Tsagaan Khass, svastica bianca. Le intenzioni sembrano perfino lodevoli: lotta alle ingiustizie sociali, alla corruzione e all’indifferenza politica, alla droga, alla prostituzione e al crimine in generale. Si definiscono antiviolenti e si autoproclamano «supporto alla polizia regolare». Ma i loro raduni mettono paura: giacche militari, magliette con svastica, capelli rasati e braccio teso alla nazista. «Adolf Hitler? Un uomo rispettabile – dice convinto “Grande fratello”, nome di battaglia del leader degli Tsagaan Khaas – perché il suo obiettivo era quello di preservare l’identità nazionale. Siamo contro la guerra ma andremo fino in fondo ai nostri diritti». «Dobbiamo essere sicuri che il sangue della nostra patria resti puro. Sarà fondamentale per la nostra indipendenza», aggiunge il 23enne Battur, un convinto apostolo della svastica bianca. «Dobbiamo evitare che gli stranieri, e soprattutto i cinesi, si uniscano alle nostre donne creando una razza nuova, diversa da quella pura generata da Gengis Khan».

«TURISTI BENVENUTI» - Una delle attività più frequenti dei nazi-mongoli è quella di irrompere in alberghi e ristoranti per verificare che non ci siano ragazze costrette a prostituirsi. Il vero timore dei mongoli, e non solo degli ultranazionalisti, è quello di finire fagocitati, non solo economicamente, dagli ingombranti vicini cinesi, con forze in campo di 3 milioni di abitanti contro un miliardo e mezzo. Anche per questo tranquillizzano i turisti stranieri, «che sono benvenuti e che sono nostri amici, se rispettano le regole e se non vengono dalla Cina», tengono a precisare quelli della Tsagaan Khass. Anche perché la svastica da queste parti ha un significato molto più morbido, essendo uno dei simboli sacri e benauguranti del Buddhismo presente ovunque, nei monasteri, sulle decorazioni e perfino sui sacchetti del supermercato.


http://www.corriere.it/esteri/10_agosto_04/neonazisti-mongolia_bb295530-9fe7-11df-ad29-00144f02aabe.shtml

mercoledì 4 agosto 2010

Il boicottaggio per la Palestina dà i suoi primi frutti

La campagna per svuotare i supermercati degli articoli delle colonie di Cisgiordania costringe alcune fabbriche israeliane a ridurre la produzione e crea scompiglio. Il governo di Tel Aviv protesta ma l'Anp sostiene lo sforzo all'interno dei Territori occupati

boicotta_prod_israelianiLe fabbriche israeliane situate in Cisgiordania sono state costrette a ridurre la produzione giacché un crescente movimento di boicottaggio palestinese comincia a produrre i suoi effetti. Il boicottaggio, approvato dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha ricevuto nuovo impulso questa settimana, quando a Ramallah è stata lanciata una campagna per vuotare le corsie dei supermercati dei prodotti provenienti dalle colonie.
"L’obiettivo è accertarsi che il mercato palestinese non abbia più prodotti delle colonie israeliane entro la fine dell’anno" ha detto il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad al lancio della campagna "Da magazzino a magazzino" al supermercato Alameen. Un’equipe di volontari ispezionerà i 66.000 magazzini in Cisgiordania nelle prossime settimane, rilasciando certificati e adesivi per le vetrine a quelli che non hanno prodotti delle colonie. Dopo un periodo di tolleranza, i negozianti che possiedono ancora tali prodotti nei magazzini potrebbero essere passibili o di una multa di oltre £9,000 o di prigione fino a 5 anni, in virtù della legge che è già stata approvata, ma non ancora resa operativa, dal consiglio legislativo palestinese.
"Questa è l’espressione quotidiana del rifiuto dell’occupazione" ha detto Fayyad. "Ciò contribuirà ad assicurare che l’economia palestinese sia autosufficiente. Non ci sarà in Palestina un solo negozio che non potrà affiggere i nostri adesivi". I sostenitori del boicottaggio sono attenti a distinguere tra i prodotti delle colonie in Cisgiordania, che sono illegali secondo il diritto internazionale, e i prodotti provenienti dall’interno di Israele. Questi ultimi continueranno ad essere venduti nei negozi palestinesi.
La campagna è stata attaccata dai politici, gli uomini d’affari e i commentatori israeliani. "I Palestinesi si oppongono alla pace economica e prendono provvedimenti che alla fine colpiranno loro stessi" ha detto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il mese scorso. Il mercato della Cisgiordania vale circa 200 milioni di dollari all’anno per il commercio israeliano. Ma alcune fabbriche delle colonie vendono circa il 30% della loro produzione sul mercato palestinese, e il boicottaggio fa già sentire il suo impatto su di loro. 17 fabbriche a Mishor Adumim, un grande centro industriale tra Gerusalemme Est e Gerico, avrebbero già chiuso dall’inizio della campagna di boicottaggio. Alcune fabbriche delle colonie starebbero pensando di tornare in Israele. Altre, nella zona industriale di Barkan, vicino alla colonia di Ariel, hanno ridotto la loro produzione, secondo quanto afferma David Ha’ivri del consiglio regionale di Shomron, una organizzazione pro-coloni nel nord-est della Cisgiordania. "Molte fabbriche cercano mercati alternativi" ha detto. "Un’officina che produce telai per finestre in alluminio, che vendeva il 30% della sua produzione sul mercato palestinese, ha ridotto le ore di lavoro dei suoi operai per non licenziare", ha detto. Più della metà dei 5-6000 lavoratori nella zona di Barkan sono Palestinesi, assunti sotto la legislazione del lavoro israeliana, che hanno diritto al salario minimo israeliano di circa 1.000 dollari al mese - considerevolmente più alto del salario medio nell’economia della Cisgiordania. "(Il boicottaggio) è un’azione poco intelligente dell’Autorità palestinese" ha detto Ha’ivri. "I danni procurati saranno risentiti da entrambe le parti. Stanno tagliando il ramo sul quale sono seduti".
L’Autorità Palestinese ha creato un fondo di 50 milioni di dollari per fornire impiego alternativo e sussidi, nello sforzo da una parte di scoraggiare i Palestinesi ad andare a lavorare nelle colonie e dall’altra di alimentare l’economia palestinese. Secondo l’Associazione degli imprenditori di Israele, circa 22.000 Palestinesi sono impiegati dall’economia delle colonie - nell’edilizia, in agricoltura, nell’industria e nei servizi. Essa terrà un incontro straordinario questa settimana per verificare l’impatto del boicottaggio e riflettere sulle azioni da intraprendere. Dan Catarivas, dell’Associazione, ha detto che le ditte erano più preoccupate dal ritiro di Palestinesi dal lavoro che dal boicottaggio delle merci, benché l’impatto sia irregolarmente distribuito. "Queste ditte israeliane dovranno trovare nuovi lavoratori - o israeliani o stranieri. Ma alla fine le compagnie israeliane troveranno altre opzioni, e i lavoratori palestinesi si ritroveranno senza impiego". Egli ha detto che il governo israeliano aveva offerto vantaggi alle ditte per impiantare fabbriche in Cisgiordania, ed era possibile che alcune di queste cercassero ora dei compensi per le loro perdite.
L’Autorità palestinese ha detto di essere soddisfatta del livello di sostegno al boicottaggio, che in un recente sondaggio si aggirerebbe attorno all’85%. Fayyad ha detto che esso "incoraggia il popolo" a resistere contro l’occupazione israeliana senza ricorrere alla violenza. "Le persone sentono una fierezza nazionale nel poter partecipare a questa campagna" ha detto un portavoce. Il boicottaggio fa parte di un tentativo più ampio di incoraggiare alla resistenza non-violenta contro l’occupazione israeliana, comprese le ampie manifestazioni pacifiche contro il muro di separazione.
Internazionalmente, il boicottaggio guadagna terreno. Le direttive dell’Unione Europea insistono perché i supermercati indichino chiaramente l’origine dei prodotti sulle etichette per permettere ai consumatori di distinguere tra i prodotti palestinesi, israeliani e quelli delle colonie. Il proprietario del supermercato Alameen, Erekat Ribhi Shukar, ha sottolineato che i prodotti palestinesi erano competitivi in qualità e prezzo con quelli delle colonie. "Dovremmo sostenere i produttori palestinesi per aiutare la nostra economia" ha detto sotto un manifesto che dichiarava: "La mia coscienza è chiara: niente prodotti delle colonie nel mio negozio". Dietro il magazzino, due giovani acquirenti, guardando una vetrina frigo contenente prodotti caseari palestinesi ed israeliani, ma non delle colonie, hanno detto che loro sostenevano la campagna. "Vogliamo prodotti che favoriscono la nostra economia, e non quelli che la danneggiano" ha detto una di loro.

articolo tratto da The Guardian

Traduzione a cura di MariaChiara Tropea per www.ilmegafonoquotidiano.it

3 agosto 2010

Belle Notizie

E’ morto ieri, a Buenos Aires, Giovanni Ventura. Era uno dei neofascisti di Ordine Nuovo che il 12 dicembre del 1969, di concerto con gli uomini dei servizi e dell’esercito, organizzò ed eseguì l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano che costò la vita a 17 persone e che portò all’omicidio di Pinelli scaraventato giù da una finestra della Questura tre giorni dopo. Purtroppo Ventura è morto libero, e troppo tardi. Speriamo solo che la malattia che lo minava da tempo l’abbia fatto soffrire quanto meritava. Prosit.


tratto da: http://www.militant-blog.org/


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E' morto Giovanni Ventura protagonista delle "trame nere" ·
E' morto Giovanni Ventura protagonista delle "trame nere"

Aveva 65 anni e viveva a Buenos Aires. Da tre anni soffriva di una forma di distrofia muscolare progressiva. Venne condannato e poi assolto con Franco Freda per la strage di piazza Fontana a Milano e ritenuto responsabile per una lunga serie di bombe sui treni. Editore neofascista, protagonista dagli anni Sessanta delle trame nere, era originario di Piombino Dese. L'ultima volta in Italia nel 2007, ai funerali del fratello
di Cristina Genesin


PADOVA. È spirato, nel letto della sua casa di Buenos Aires, in Argentina. Giovanni Ventura dormiva, lunedì mattina, quando la morte lo ha sopraffatto. Accanto a lui, prima condannato e poi assolto per la strage di piazza Fontana, la seconda moglie e il figlioletto adottivo che lo hanno assistito nei tre anni della sofferta e dolorosa malattia, una forma di distrofia muscolare progressiva che ne aveva devastato il fisico atletico prima riducendo in carrozzella, poi costringendolo a vivere con la possibilità, ultimamente, di muovere soltanto gli occhi.

«L'odissea di mio fratello è durata vent'anni» ricorda commossa la sorella Mariangela Ventura, che vive e lavora a Castelfranco Veneto, il paese d'origine. Ma Giovanni, deceduto a 65 anni, era nato nel Padovano a Piombino Dese. E nella città del Santo era avvenuta la sua formazione politica che, dopo la laurea in Filosofia e l'adesione all'Azione Cattolica e al Movimento sociale, lo aveva convertito alla militanza nel movimento di estrema destra di ispirazione neonazista Ordine Nuovo, la cui cellula padovana era guidata da un piccolo editore, Franco Freda. Un editore conosciuto tra politica e lavoro: Ventura all'epoca gestiva la libreria «Ezzelino» sempre a Padova.

Era il 16 gennaio 1979 quando si era rifugiato in Argentina, all'epoca stretta nella morsa della dittatura comandata dal generale Videla: aveva eluso la sorveglianza della polizia ed era scappato da Catanzaro, dove aveva l'obbligo di risiedere, durante uno dei vari gradi di giudizio. «Aveva una limitazione territoriale, non era in carcere - ricostruisce la sorella Mariangela - Immediatamente individuato, fu arrestato su richiesta dell'autorità giudiziaria italiana e trascorse 6 anni in carcere nel paese sudamericano». Condannato e poi assolto per la strage di piazza Fontana che segnò l'avvio della cosiddetta «strategia della tensione», Giovanni Ventura fece dell'Argentina la sua nuova patria anche sotto il nuovo regime. E qui formò una famiglia, continuando a fare il libraio e gestendo con altri soci il ristorante-pizzeria «il Filò».

Nel frattempo era arrivata l'assoluzione definitiva da quella strage: Freda si era trasferito a Brindisi dove aveva ripreso il vecchio mestiere, Ventura aveva preferito restare oltreoceano.
Ieri pomeriggio si è svolto il funerale: è stata sepolto nella capitale argentina. Non tornerà in Italia, a Castelfranco, dove Ventura era venuto in visita, l'ultima volta, nel 2007 in occasione del funerale del fratello Angelo. Era già malato e si muoveva a fatica sulla sedia a rotelle.

Nel 2005 la Cassazione deposita le motivazioni dell'ultima sentenza sull'eccidio alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano di 36 anni prima: «...Il giudizio circa la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage di piazza Fontana non può che essere uno: la risposta è positiva...» scrivono i giudici. Venerdì una messa in suffragio nella chiesa della Pieve di Castelfranco.
(04 agosto 2010)

http://mattinopadova.gelocal.it/dettaglio/e-morto-lex-terrorista-nero-giovanni-ventura/2226681?ref=HRER2-1

Provocazioni sioniste d'estate. Lampo di guerra al confine tra Libano e Israele


Torna alta la tensione al confine tra Libano e Israele: nonostante la situazione non si sia mai potuta definire tranquilla, lo scontro di quest'oggi è il primo reale fuoco dalla guerra combattuta nel 2006. Il conflitto armato tra gli eserciti di Israele e Libano è avvenuti lungo il confine provvisorio tra i due Stati, lungo "la linea blu di demarcazione", nei pressi di Adaysseh, ad una trentina di chilometri dalla città costiera di Tiro, nell'est della parte meridionale del Libano.

Lo scontro armato
La dinamica dello scontro resta da chiarire nel dettaglio (...), così come sono incerti i numeri dei morti e dei feriti in entrambi gli schieramenti. Il leit motiv dell'esplosione del fuoco sarebbe stata l'ennesima provocazione israeliana: niente di nuovo, semplicemente la riproposizione della prepotenza dello Stato ebraico. I soldati israeliani hanno sfondato il perimetro dell'area sotto loro supervisione, per andare a rimuovere alberi nella parte libanese, sparando colpi d'artiglieria dinnanzi al dietrofront (inascoltato) comandato dall'esercito del Libano, che ha quindi risposto al provocatorio atto sionista. Episodio dal quale è partito lo scambio di lanci di razzi e raffiche di armi automatiche tra i due eserciti. Un elicottero israeliano ha bombardato una postazione di militari libanesi distruggendo un blindato. Due razzi katiuscia sono stati lanciati dal Libano sul nord d'Israele. I soldati israeliani hanno lanciato quattro razzi contro una postazione militare libanese, andando però a colpire il vicino villaggio di Adaysseh, ferendo un civile.

Morti e feriti Sono i primi morti dall'attacco infame del luglio-agosto 2006, conflitto nel quale l'esercito d'Israele si scontrò con le milizie di Hezbollah. Guerra d'estate nella quale Israele disseminò ancora morte e distruzione, venendo però beffato dalla resistenza delle milizie di Hezbollah, che pur nella disparità ed inferiorità militare costrinsero lo Stato sionista alla sconfitta politica. Oggi i libanesi uccisi sono quattro (tre soldati ed un giornalista del quotidiano Akhbar), un civile e sembra cinque soldati i feriti. Un soldato israeliano è nella conta dei morti, nella quale potrebbe aggiungersi (se confermato) anche un ufficiale, imprecisato il numero dei soldati sionisti feriti, sarebbero diversi.

Nel Libano
Le reazioni in Libano sono state dure: il presidente Michel Suleiman e il premier Saad Hariri hanno puntato l'indice contro quella che hanno definito "aggressione" di Israele. Hariri ha condannato "la violazione della sovranità libanese" ed aggiunto che il Libano "chiede alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di assumersi le proprio responsabilità e fare pressioni su Israele per mettere fine alla sua aggressione". Suleiman ha denunciato la "nuova violazione israeliana della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu". Interessante guardare a come è andata ad evolversi la realtà del Libano negli ultimi due anni: Suleiman è stato eletto alla guida dello Stato perchè capace di mantenere bilanciati i delicati equilibri politici e religiosi del Paese dei Cedri, non venendo (apertamente) osteggiato da nessuna fazione libanese e dimostratosi in grado di relazionarsi politicamente con Hezbollah; Hariri, vittorioso nelle elezioni che avevano tutti gli ingredienti per potersi rivelare il "trionfo (elettorale) di Hezbollah", da preannunciato fantoccio borghese degli americani in Libano ha compiuto (con tattica intelligenza) una serie di passaggi delicati che oggi lo mettono nelle condizioni di potersi più liberamente giocare le proprie carte con ridimensionata sudditanza esogena, con addosso la pressione più tenue degli Hezbollah.

E l'Unifil? E' stata la risoluzione 1701 dell'Onu che ha messo diplomaticamente fine alla guerra del 2006 nel sud del Libano, istituendo proprio in quella zona la missione di 12mila soldati dell'Unifil. Oggi, dopo la gestione italiana (...), la zona è pattugliata e comandata dal contingente spagnolo dell'Unifil... con compiti di governance di un lembo di terra sottoposto a costanti tensioni geopolitiche... Vien da domandarsi, pur nell'inutilità e nella falsità della presunta missione umanitaria: dov'erano le truppe spagnole stamattina? erano impegnate a prendere in bocca i sassi delle popolazione libanese (come successo un paio di settimane fa, con conseguente ritiro temporaneo dei soldati Onu da diversi villaggi) o si sono attenute all'ordine supremo di far finta di non vedere se è Israele a muovere la violazione...?

Nel frattempo resta alta la tensione in Medioriente, la provocazione sionista in Libano è solo l'ultimo tassello di un gioco ad incastri che si sgretolerà...


[da Nena News] Sulle agitazioni degli ultimi giorni in Medioriente:

Approfondimenti sulla realtà regionale dei conflitti mediorientali:

martedì 3 agosto 2010

RENOIZE 2010

28 agosto dalle ore 18

Parco Schuster (San Paolo) Via Ostiense, 182 Rome, Italy


Il 27 Agosto di quest'anno saranno 4 anni che Renato è stato ucciso; un’aggressione fascista che si è trasformata in assassinio.
Quattro anni di vita, di lotte, di sorrisi e di lacrime, di rabbia, di processi, di partenze e ritorni, di nuovi arrivi e nuove nascite, di sogni realizzati e altri lasciati in sospeso ma mai persi.
Quattro anni di cambiamenti, di crisi, di crescente delirio securitario.
Quattro anni in cui, nonostante il... passaggio di questa città ad un’amministrazione di destra, i sani anticorpi antifascisti hanno continuato a difendere e a tenere viva la memoria di questa città ribelle e mai domata, di questa Roma Città Aperta.
Quattro anni di abbracci e sguardi forti, intrecciati con le storie di Dax, Carlo, Federico, di Carlos e Alexis, di Nicola, Aldo, di Stefano e di tanti altri purtroppo, per non dimenticare, per raccontare la verità, per chiedere giustizia.
Quattro anni in cui il nome di Renato ha risuonato ovunque, perché la sua storia è un pezzo di quell’ingranaggio collettivo che anima questa città e non solo.
Partigiani dei nostri tempi, con le radici forti strette alla memoria della Resistenza e con le ali robuste per volare e lottare nel tempo della crisi.

Per questo, anche quest'anno, vogliamo organizzare un appuntamento pubblico nel territorio in cui viveva Renato:
Sabato 28 Agosto a Parco Schuster (San Paolo) con mostre, banchetti, buon cibo accompagnati dall’esibizione a partire dalle 18 di:

-Rock MC
-Mandrillos
-Taxi de brusse
-Palcoscenico al neon
-Reading resistente
-Ill Nano feat. Rancore
-Assalti frontali
-Ardecore

Una serata di musica e parole in una serata di fine agosto, come quella che ci ha portato via Renato in cui dare voce alle lotte e ai percorsi che portiamo avanti durante tutto l’anno, e dare spazio alle note di chi suona nella sala prove Renoize e non solo.

Finchè ci saranno quelli/e come noi, ci sarà sempre il tempo di far vivere chi troppo presto, ingiustamente e con un’assurda e inconcepibile violenza ci è stato tolto.
Finchè ci saranno quelli/e come noi, si potrà sempre dire: “è una questione di memoria”.
L’invito quindi è quello ad esserci, ancora una volta, anche quest’anno!
Per ribadire che non facciamo un passo indietro e abbiamo gli occhi ben aperti, che i sogni di Renato vivono in noi, perchè chi pensava di fermarci ci vedrà muovere, chi pensava di zittirci ci sentirà urlare la verità!

“Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi. “
Enio Sardelli “Partigiano Foco”

MAI AL GUINZAGLIO !!!


COMUNICATO CURVA EST

In vista dell’ entrata in vigore della tessera del tifoso, la Curva Est e i sui gruppi di riferimento si sciolgono (almeno per quanto riguarda qualsivoglia iniziativa all’interno degli stadi ), e annunciano che, finche verrà portata avanti questa politica, non entreranno più in una curva.
Probabilmente quei pochi che ancora possono, sosterranno la nostra Ternana da fuori.
Vivremo Ultras in strada.
Potevamo fare scelte “alternative”,sicuramente meno dolorose, ma la dignità ultras, la coerenza, ed il sentirsi uomini liberi, ce lo impediscono.
Non possiamo nemmeno pensare di abbandonare amici con cui abbiamo condiviso tutto, ai quali verrebbe negato l’ accesso a priori, sull’ altare di un abbonamento sottoscritto, tramite una vergognosa schedatura di un bancomat mascherato.
Dopo aver subito anni di terrorismo mediatico, amministrativo e penale, non possiamo tollerare guinzagli ed imposizioni assurde.
Molti ragazzi della curva aderiranno all’ iniziativa dell’associazione sportiva “Primidellastrada” per la costruzione di una squadra che parteciperà al campionato Uisp, per vivere dentro e fuori dal campo il calcio che piace a noi, e dare anche un senso di protesta all’ interessante proposta sociale e sportiva dell’
associazione.
Da questo momento in poi, sia a Terni che lontano dalla nostra città, nessuno potrà dire di rappresentare in qualsiasi modo, magari mosso da rigurgiti ipocriti e vigliacchi, la Curva Est, né tantomeno la volontà degli ultras rossoverdi.
Tenetevi il vostro calcio marcio e corrotto, noi siamo ultras e continueremo ad esserlo anche fuori dagli stadi.

Con le spalle rivolte al campo.

GLI ULTIMI DELLA CLASSE - CURVA EST

lunedì 2 agosto 2010

Raúl Castro: le riforme necessarie all'economia cubana

Questa è la traduzione del discorso del Presidente cubano Raúl Castro all’Assemblea Nazionale del Poder Popular. A differenza del discorso ufficiale del vicepresidente Machado Ventura a Santa Clara in occasione delle celebrazioni del 26 luglio (che riportiamo nella categoria Anniversari), il presidente si sofferma molto più approfonditamente sulle misure di politica economica che verranno attuate dal governo cubano. Tutti coloro che seguono il dibattito politico nell’isola saranno interessati. (red.) 2 agosto 2010

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Discorso pronunciato dal Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nel Quinto Periodo Ordinario di Sessioni della VII Legislatura dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, nel Palazzo delle Convenzioni, il 1º di agosto del 2010, “Anno 52 della Revolución”.

fidel_raul_castroCari compagne e compagni:

Questa sessione dell’Assembea Nazionale ha approvato due importanti strumenti giuridici, la Legge di modifica dell’attuale Suddivisione Politico-Amministrativa e il Codice di Sicurezza Stradale.

Le modifiche alla Suddivisione Politico-Amministrativa sono state ampliamente diffuse dalla nostra stampa e discusse nei mesi passati nei territori coinvolti, così come negli ambiti corrispondenti del Partito, del Governo e dello Stato, cosa che mi permette di non entrare nei dettagli, ma solo sottolineare che il suo proposito principale è di elevare l’assistenza alla popolazione tramite un’organizzazione più funzionale e razionale dell’amministrazione e del Governo. Con questo inoltre stiamo concretizzando gli accordi adottati da successivi congressi del Partito sulla necessità che, trascorso un periodo di prova, la Divisione Político-Amministrativa sia sottoposta ad analisi per adattarla alle condizioni esistenti.

Le nuove province Artemisa e Mayabeque nasceranno il 1º gennaio 2011 senza ripetere gli errori che hanno accompagnato il lavoro degli organi locali del Poder Popular, nel quadro di una concezione di risparmio e di uso razionale di tutte le risorse, in particolare con organici adatti alle loro funzioni e una chiara delimitazione di competenze nelle interrelazioni con gli organismi dell’amministrazione centrale dello Stato, le imprese nazionali e le organizzazioni politiche e di massa.

Da parte sua il Codice di Sicurezza Stradale, la cui approvazione avevamo rimandato nella sessione precedente per approfondire il suo contenuto, conciliare le discrepanze allora esistenti e avanzare nell’elaborazione delle disposizioni complementari, costituisce un contributo alla crescita della disciplina sociale e la preservazione della vita umana, così come la riduzione di rilevanti perdite economiche.

Passando ad altri temi, non mi sono estranee le aspettative che logicamente suscitano i discorsi in occasione del 26 luglio e nel Parlamento. Alcuni si sono sorpresi del fatto che nell’evento centrale di Santa Clara abbia parlato il compagno Machado Ventura, un magnifico discorso sicuramente.

È vero che dal trionfo della Revolución ad oggi questo compito era sempre spettato al compagno Fidel e in qualche occasione a me, ma l’importante non è l’oratore, ma il contenuto di questo intervento, che esprime l’opinione collegiale della direzione del Partito e dello Stato sulle questioni più rilevanti da affrontare a livello nazionale.

Varie agenzie di stampa e sedicenti “analisti” del tema Cuba, hanno dedicato nei giorni precedenti e successivi all’evento del 26 luglio innumerevoli notizie e articoli nei quali, mal interpretando la nostra realtà, anticipavano con clamore l’annuncio di presunte riforme nel nostro sistema economico e sociale e l’applicazione di ricette capitaliste per stimolare l’economia; alcuni addirittura si sono azzardati a descrivere l’esistenza di una lotta tra tendenze nella Direzione della Revolución e tutti sono d’accordo nel richiederci cambiamenti più rapidi e profondi nell’ottica di smantellare il socialismo.

Osservando freddamente queste campagne di stampa resta comunque evidente il fatto che quasi tutte le agenzie sono guidate dallo stesso filo conduttore. Non mi riferisco ai giornalisti, obbligati a sottomettersi alla linea editoriale che gli tracciano ed esigono i consorzi mediatici su Cuba, anche se a volte utilizzano le stesse frasi e aggettivi prefabbricati. Non di rado paragrafi interi identici, indipendentemente dal fatto che siano di una regione del mondo o di un’altra.
Con l’esperienza acquisita in più di 55 anni di lotta rivoluzionaria, sembra proprio che non stiamo andando così male, né che la disperazione e la frustrazione siano i nostri compagni di viaggio. Se ci elogiassero allora sì avremmo motivi per preoccuparci.

Come ha affermato il compagno Machado lo scorso 26 luglio, cito: “proseguiremo con senso di responsabilità, passo dopo passo, al ritmo che sceglieremo noi, senza improvvisazioni né eccessive accelerazioni, per non sbagliare e lasciarci definitivamente alle spalle errori o misure che non si adattano alle condizioni attuali” (fine della citazione).
L’unità tra i rivoluzionari e nella direzione della Rivoluzione e la maggioranza del popolo è la nostra più importante arma strategica, quella che ci ha permesso di arrivare fin qui e di continuare in futuro a perfezionare il socialismo.

Anche se ai nemici dispiacerà, la nostra unità è oggi più solida che mai, non è frutto della falsa unanimità o di una simulazione opportunista, l’unità non esclude le divergenze oneste, ma presuppone la discussione di idee diverse, ma con gli stessi propositi finali di giustizia sociale e di sovranità nazionale, cosa che ci permetterà sempre di arrivare alle decisioni migliori.

L’unità si semina e si raccoglie nella più ampia democrazia socialista e nella discussione aperta di tutti i temi, per quanto delicati siano, con il popolo.

Parlando di temi delicati, devo informarvi che dopo mesi di studio nell’ambito dell’attualizzazione del modello economico cubano, il Consiglio dei Ministri nella sua ultima riunione, effettuata nei giorni 16 e 17 luglio, con la partecipazione dei Vicepresidenti del Consiglio di Stato, di altri membri dell’Ufficio Politico e del Segretariato del Comitato Centrale, dei primi segretari dei comitati provinciali del Partito e dei presidenti dei consigli dell’ amministrazione provinciale, oltre ai quadri centrali della CTC, ad altre organizzazioni di massa e la UJC e alti funzionari degli organismi, ha concordato un insieme di provvedimenti per attuare, per tappe successive, la riduzione degli organici considerevolmente esuberanti nel settore statale.

In una prima fase, che pianifichiamo di terminare nel primo trimestre del prossimo anno, verrà modificato il trattamento di lavoro e salariale ai lavoratori disponibili che si trovino in temporanea sospensione di un gruppo di organismi dell’amministrazione centrale dello Stato, eliminando gli approcci paternalisti che disincentivano la necessità di lavorare per vivere e in questo modo ridurre le spese improduttive, che comporta la remunerazione egualitaria indipendentemente dagli anni di anzianità, di una garanzia salariale per lunghi periodi a persone che non lavorano.

Il successo di questo processo dipenderà in buona misura dai presupposti politici che dobbiamo assicurare, sotto la direzione del Partito e con la partecipazione attiva della Centrale dei Lavoratori di Cuba e delle organizzazioni sindacali. È necessario creare un clima di trasparenza e dialogo dove sia primaria l’informazione opportuna e trasparente ai lavoratori, nel quale le decisioni siano condivise adeguatamente e si creino le condizioni organizzative richieste.

La stretta osservanza del principio di idoneità dimostrata nel momento di determinare chi merita il miglior diritto di occupare un posto, deve contribuire a evitare qualsiasi manifestazione di favoritismo, così come di discriminazione di genere o di altro tipo, che devono essere contrastate con la massima fermezza.

Il Consiglio dei Ministri ha concordato inoltre di ampliare l’esercizio del lavoro autonomo e il suo utilizzo come un’alternativa di lavoro in più per i lavoratori in esubero, eliminando varie proibizioni in vigore per la concessione di nuove licenze e la commercializzazione di alcune produzioni, flessibilizzando la contrattazione della forza lavoro. A suo tempo, nella citata riunione dei menzionati giorni 16 e 17 luglio, è stata approvata l’applicazione di un regime tributario per il lavoro autonomo che risponda al nuovo scenario economico e garantisce che chi si integra in queste attività contribuisca alla sicurezza sociale, paghi le imposte sulle entrate personali e le vendite; e quelli che assumano lavoratori paghino il tributo per l’utilizzo della forza lavoro.

Prossimamente si terrà una riunione plenaria allargata del Consiglio Nazionale della Centrale dei Lavoratori di Cuba dove affronteremo in dettaglio con i principali dirigenti operai queste importanti decisioni, che costituscono di per sé un cambiamento strutturale e di concetto nell’ interesse di preservare e sviluppare il nostro sistema sociale e renderlo sostenibile per il futuro, in modo da rispettare il mandato del popolo di Cuba, previsto nella Costituzione della Repubblica, per cui il carattere socialista e il sistema politico e sociale in essa contenuti sono irrevocabili (Applausi).
Non abbiamo dubbi che per la concretizzazione di queste misure conteremo sull’appoggio decisivo della classe operaia, che insieme ai contadini e al resto dei settori sociali comprende che senza un aumento dell’efficienza e dellla produttività è impossibile aumentare i salari, incrementare le esportazioni e sostituire le importazioni, crescere nella produzione di alimenti e in definitiva sostenere le enormi spese sociali proprie del nostro sistema socialista, sfera nella quale pure abbiamo il dovere di essere razionali, risparmiando molto di più senza sacrificare la qualità.

Inoltre penso che a nessuno sfugga il fondamentale contributo al miglioramento della disciplina sociale e lavorativa che deriva dall’applicazione di queste misure.

Attuando questi accordi, partiamo dal fatto che nessuno rimarrà abbandonato a se stesso, lo Stato Socialista fornirà l’appoggio necessario per una vita dignitosa, tramite il sistema di assistenza sociale, a coloro che davvero non siano in grado di lavorare e siano l’unico sostentamento delle loro famiglie. Bisogna cancellare per sempre la nozione che Cuba sia l’unico Paese del mondo nel quale si può vivere senza lavorare.

Allo stesso modo abbiamo progredito negli studi da parte della Comissione di Politica Economica del Sesto Congresso del Partito e funzionano ininterrottamente i diversi gruppi di lavoro creati per l’elaborazione di proposte, che verranno preventivamente analizzate con i militanti del partito e la popolazione nel suo insieme.

In mezzo all’avversa congiuntura economica internazionale e alla sua inevitabile incidenza nel nostro Paese, nelle stime del primo semestre si apprezzano risultati incoraggianti nell’economia nazionale, nonostante il mancato rispetto del piano dello zucchero e di altre produzioni agricole e dell’allevamento a causa di errori di direzione e anche per gli effetti della siccità.
Aumentano gli arrivi di visitatori stranieri, si rispetta la produzione petrolifera; si mantiene, e si migliora anche, l’equilibrio monetario interno, la produttività del lavoro mostra un ritmo superiore al salario medio, obiettivo che non veniva raggiunto da diversi anni, crescono moderatamente le esportazioni e si riduce il consumo di risorse energetiche, sulla base del riordino dei trasporti e per l’effetto di altre misure di risparmio.
Il consumo di elettricità mostra risultati positivi nel settore statale, a differenza diquello residenziale dove cresce più del previsto.

Esattamente un anno fa ho fatto riferimento alle restrizioni finanziarie estere che affrontavamo a causa dell’accumulo di impegni di pagamento e la necessità di portare a termine la rinegoziazione di debiti. Oggi posso informarvi che grazie alla fiducia e alla comprensione della maggioranza dei nostri creditori, abbiamo raggiunto alcuni progressi nella proroga delle obbligazioni, che abbiamo la fera volontà di onorare alle nuove scadenze concordate. Inoltre le sospensioni di trasferimenti a fornitori all’estero, accumulatesi in quel momento, sono oggi appena un terzo di un anno fa e, come esempio di sicurezza del Paese sono aumentati i depositi stranieri nelle banche cubane.

Devo riferirmi a un altro tema di attualità. Per decisione sovrana e nello stretto rispetto delle nostre leggi, in questi giorni è stata portata a termine la scarcerazione e l’uscita dal Paese dei primi 21 detenuti controrivoluzionari dei 53 condannati nel 2003 per delitti contro la sicurezza dello Stato. Precedentemente, a partire dal 2004, erano state concesse misure alternative alla carcerazione ad altri 22 condannati nello stesso processo. Bisogna ricordare che nessuno di questi cittadini è stato condannato per le sue idee, come hanno cercato di far credere le brutali campagne di discredito contro Cuba in diverse regioni del mondo.

Come si è dimostrato in modo irrefutabile al momento delle interrogazioni processuali, tutti avevano commesso delitti previsti e sanzionati dalle nostre leggi, agendo al servizio del governo degli Stati Uniti e della sua politica di blocco e sovversione.

Non si deve dimenticare che in quei momenti -2003-, l’allora presidente George W. Bush, ubriacato dalle apparenti vittorie nelle guerre dell’Iraq e dell’Afghanistan, proclamava il “cambiamento di regime” a Cuba e minacciava direttamente la nostra sicurezza nazionale, arrivando anche a designare pubblicamente un funzionario esecutivo per amministrare il Paese dopo che fosse occupato, come avevano appena fatto in Iraq. Di conseguenza vennero forgiati decine di piani di destabilzizazione interna e di sequestro di aerei e navi che dovemmo contrastare con la massima fermezza, basandoci sullo stretto rispetto della legge.

La Revolución può essere generosa perché è forte, la sua forza è radicata nell’appoggio maggioritario del popolo che ha saputo resistere a tanti anni de aggressioni e sacrifici, per questo non è superfluo ripetere che non ci sarà impunità per i nemici della Patria, per coloro che cerchino di mettere in pericolo la nostra indipendenza (Applausi).

Nessuno deve sbagliarsi. La difesa delle nostre sacre conquiste, delle nostre strade e piazze, continuerà ad essere il primo dovere dei rivoluzionari che non possiamo privare di questo diritto (Applausi prolungati).

Tra parentesi possiamo rilevare che il povero funzionario esecutivo designato da George W. Bush è rimasto disoccupato (Risate).
In quanto a Cuba e agli Stati Uniti, in sostanza nulla è cambiato; i nostri valorosi Cinque Eroi continuano a soffrire un’ingiusta prigionia e maltrattamenti, come la crudeltà che si sta commettendo attualmente con il compagno Gerardo Hernández Nordelo, condannata da questa Assemblea. Anche se c’è meno retorica e si tengono occasionali conversazioni bilaterali su temi specifici e limitati, in realtà il blocco si continua ad applicare e noi continueremo ad agire con la serenità e la pazienza che abbiamo imparato in più di mezzo secolo.
A noi rivoluzionari cubani le difficoltà non ci tolgono il sonno, la nostra unica strada è proseguire la lotta con ottimismo e con l’incrollabile fede nella vittoria.

Molte grazie (Ovazione).

I vecchi partigiani diventano writer “Che vergogna quel motto del Duce”

Grosio, la protesta di due reduci della resistenza contro il restauro "filologico" della scritta

di LUIGI BOLOGNINI

Come vanno questi fatti di solito: dei giovinastri imbrattano targhe antifasciste più per ignoranza che per precise idee politiche e vengono rampognati inutilmente da qualche anziano. Com'è andata questa vicenda: degli anziani partigiani imbrattano una targa fascista e vengono rampognati inutilmente da alcuni giovani, "perché non si scrive sui muri".

Siamo all'uomo che morde il cane, siamo a Grosio, in provincia di Sondrio, a suo tempo fu una delle capitali della Resistenza antifascista. Una frase di Mussolini fatta scrivere dal regime e recentemente restaurata - come l'intero palazzo che la ospita - è stata imbrattata con la scritta "Vergogna". Autori, due partigiani di 87 e 83 anni.

Due ragazzi irresistibili che sono classe dirigente a tutti gli effetti: Giuseppe Cecini, 83 anni, è stato sindaco, Giuseppe Rinaldi, 87 anni, è il presidente provinciale dell'Anpi ("ma ora dovrò dimettermi: chi è indagato non può avere cariche nella associazione").

"Bisogna essere forti nel coraggio. Mai voltarsi indietro quando una decisione si è presa, ma andare sempre avanti", dice la roboante frase mussoliniana restaurata nel 2005 con l'intero palazzo, che ospita uffici comunali e il parroco e che durante la Resistenza era sede delle Brigate Nere. I partigiani non l'hanno mai presa bene, ma né la minaccia di non presenziare più alle cerimonie ufficiali né tre incontri col sindaco di allora sono serviti. Mentre il primo cittadino attuale non ha ancora deciso il da farsi.

Allora i due hanno agito in proprio, all'alba di qualche giorno fa: hanno appiccicato in cima a una canna da pesca un pennello e hanno scritto un bel "Vergogna" con grafia tremante (per l'età o per l'indignazione?), ma più che chiara. "La frase era stata cancellata il 25 luglio 1943, abbiamo festeggiato l'anniversario aggiungendo una parola", dice uno dei due stagionati teppisti. Che - racconta il quotidiano La provincia di Sondrio - se la sono vista male: in piazza passavano giovani che avevano appena finito di far bisboccia e che hanno preso a calci l'auto dei partigiani accusandoli di inciviltà. Ma gente sopravvissuta a picchiatori e squadracce non si fa spaventare da qualche ragazzotto, e i due hanno risposto agli insulti con gli insulti.

Oltretutto quel "Vergogna" non è stato un gesto impulsivo. Per dire, l'area è videosorvegliata, ma i writer se ne sono fregati, anzi hanno portato una telecamera per riprendersi e magari mostrare il filmato ai nipotini, quegli stessi nipotini a cui viene detto che non si scrive sui muri. Il Comune approva, senza dirlo troppo esplicitamente perché è pur sempre un reato per cui c'è stata una denuncia: "Siamo contro chi insozza i muri - dice l'assessore ai Lavori Pubblici, Giovanni Curti, che è anche presidente della sezione di Grosio dell'Anpi - ma è stata una chiara provocazione. Quella frase di Mussolini andava cancellata del tutto, non rifatta".

Bologna, a 30 anni dalla strage il governo "va in fuga"

Berlusconi manda il prefetto. Il «governo in fuga» non ricorda la strage

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Link: Bologna 2 agosto. Qui giù non ci sono azalee per nessuno

Link: Bologna, in piazza dopo trent'anni dalla strage fascista

«Questo è un governo in fuga» dice al telefono Paolo Bolognesi. Con la voce calma di chi ne ha viste già tante il presidente dell'associazione familiari delle vittime della strage di Bologna ragiona sulla notizia. Nessun rappresentante del governo verrà in città per la commemorazione del 2 agosto. Una novità assoluta per di più nell'anno del trentennale della bomba alla stazione che causò 85 morti e più di 200 feriti. Sarà il prefetto Angelo Tranfaglia a rappresentare l'esecutivo sul palco di piazza Medaglie d'oro e prima nell'incontro nella sala del consiglio comunale tra le autorità e i familiari delle vittime che quest'anno si annunciano più numerosi che mai, a Bologna sono attese tra le 250 e 300 persone da tutta Italia. «Posso capire che abbiano dei problemi interni notevoli ma quest'anno la scusa dei fischi non tiene e nemmeno quella che non erano tutelati sufficientemente - prosegue Bolognesi - è un affronto che viene fatto non solo ai familiari ma a tutto il paese e come ho visto il governo non c'era nemmeno da Borsellino; si vede che questa è la sua nuova linea di comunicazione». È molto probabile che la sedia vuota del governo entri in uno dei passaggi del discorso che Bolognesi farà in stazione. Critico il Pd locale mentre l'Idv ha condannato l'assenza come «un atto di viltà». Per Enzo Raisi, coordinatore del Pdl "scomunicato" perché è entrato a far parte del gruppo dei finiani alla Camera, «è una decisione assunta nello spirito di evitare polemiche, può essere vista come una mancanza di sensibilità ma è anche un modo per togliere la possibilità di contestazione». Il segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani ha scritto una lettera a Bolognesi in cui assicura l'impegno del partito perché il segreto di stato non venga allungato oltre i 30 anni e perché i risarcimenti alle vittime siano una realtà e non una corsa ad ostacoli. Sono le richieste dei familiari. Al governo infatti l'associazione voleva chiedere la rassicurazione sul segreto di stato e l'attuazione completa della legge 206 del 2004. «Quello che deve fare un familiare per avere il risarcimento è un percorso di guerra - dice il presidente - credo che questo sia una vergogna e per il governo che nel trentesimo anniversario manca all'appuntamento per dare delle risposte».
Ma questa "fuga" sa anche di indifferenza visto che quest'anno il rito della cerimonia era cambiato proprio tenendo conto del vespaio di polemiche che si scatenava per i fischi che accoglievano il discorso dal palco del ministro che parlava a Bologna. Nel 2009 era toccato a Sandro Bondi ma negli anni le contestazioni hanno colpito anche rappresentanti del centrosinistra. La decisione per mettere il trentennale al riparo da possibili bordate di fischi in piazza era stata quella di far parlare dal palco solo il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime (l'unico che assieme al capo dello stato ha sempre visto accogliere il suo discorso con applausi). Un cambio di marcia deciso dal commissario prefettizio Anna Maria Cancellieri d'intesa con l'associazione dei familiari. Al 30 luglio non era arrivata nessuna comunicazione all'ufficio del cerimoniale del Comune e, come ha confermato il commissario, la comunicazione ufficiale è arrivata nella serata di venerdì in prefettura. C'è amarezza tra i familiari delle vittime «ma allo stesso tempo nessuno pensa che questo possa succedere», riflette Bolognesi. L'auspicio è che ci sia un ripensamento ma non sembrano esserci le condizioni perché questo avvenga.
Sul palco del piazzale della stazione accanto a quell'orologio bloccato alle 10.25 di trent'anni fa saliranno due donne di trent'anni, a loro il compito prima dell'ora fatidica di scandire i nomi delle ottantacinque vittime. Sono quelli scritti nella lapide nella sala d'attesa che venne squarciata dalla bomba: la più piccola era Angela Fresu che morì con la mamma Maria ad appena 3 anni. Prima il corteo che attraverserà il centro della città, una manifestazione che sa ancora raccogliere migliaia di persone che in piena estate non vogliono mancare all'appuntamento. Tra loro anche familiari di altre stragi, da piazza della Loggia, all'Italicus al rapido 904. Sul bavero di ogni giacca o camicia sarà, come sempre, appuntata una gerbera bianca. Come sempre i familiari sottolineeranno che se una verità giudiziaria esiste non sono stati mai individuati i mandanti e gli ispiratori politici della strage del 2 agosto. Una verità giudiziaria, quella della colpevolezza degli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, condannati come esecutori materiali, da più parti messa in discussione, mentre l'inchiesta della procura di Bologna che venne aperta nel 2005 sulla cosiddetta pista palestinese emersa dalle carte della commissione Mitrokhin finora non ha portato a nessun risultato.

Libro: Schegge contro la democrazia – 2 agosto 1980: le ragioni di una strage nei più recenti atti giudiziari (2010)

Giusi Marcante

tratto da Il Manifesto del 1 agosto 2010

Bologna: in piazza dopo trent'anni dalla strage fascista


Tremila persone in corteo oggi, nel trentesimo anniversario della strage alla stazione di Bologna. Partiti, sindacati, esponenti della società civile, associazioni dei parenti delle vittime delle stragi, spazi sociali e collettivi, diversi soggetti del mondo politico e sociale della città, si sono dati appuntamento in piazza Maggiore per raggiungere la stazione.

Una commemorazione, quella di quest'anno, che ha visto parecchie polemiche svilupparsi nei giorni precedenti. Nessuno esponente del governo infatti si è presentato sul palco montato in Piazza Medaglie d'Oro, antistante la stazione, nè in altri momenti ufficiali di commemorazione.

"Ci fischiate e non veniamo" è stata la posizione del governo, espressosi tramite il ministro La Russa, facendo riferimento alle numerose contestazioni avvenute negli anni precedenti.
Contestazioni inevitabili in una città, lacerata da una ferita che ha provocato 85 morti, che rivendica verità e giustizia, che non accetta che venga calpestata la propria memoria antifascista e che rifiuta le diverse e fantasiose piste che mettono in ballo scoppi di caldaie, trame libiche o palestinesi. Una città che negli anni passati non ha voluto ascoltare le voci ipocrite dei mandanti di questa strage, di coloro che grazie a questa e altre stragi hanno rafforzato le loro posizioni di potere.

Un'assenza, quella del governo, molto comoda per lasciar cadere nel vuoto, ancora una volta, le richieste di togliere il segreto di stato sulla strage, avanzate dai parenti delle vittime.

E' proprio Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione Parenti delle Vittime che, dal palco di piazza Medaglie d'Oro, si scaglia contro " i mandanti e gli ispiratori politici della strage", contro le logiche di potere che lavorano per mantenere nascosta la verità, intessendo rapporti solidi con coloro che sono stati condannati come gli esecutori materiali della strage.
E' con vero disgusto infatti che Bolognesi ricorda come Emma Bonino ha voluto i fascisti Mambro e Fioravanti nel proprio comitato elettorale in Lazio.
Per non dimenticare poi i rapporti tra il senatore Di Girolamo e l'imprenditore neofascista Mokbel, che ha sostenuto economicamente Mambro e Fioravanti, favorendo la loro scarcerazione.

La piazza bolognese continua quindi a ricordare che la storia dei responsabili della strage fascista ha bisogno ancora di molte risposte, anche se i rappresentanti istituzionali vorrebbero ridurne la sua commemorazione alla mera celebrazione di una memoria pacificata.


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