venerdì 20 agosto 2010

Iraq, la grande fuga

Si ritira l'ultima unità combattente Usa, prima del 31 agosto, lasciando gli iracheni al loro destino

Lo spiegano tutti i manuali militari, per coloro che trovano interessanti un certo tipo di letture, come un grande esercito debba ritirarsi da un teatro di guerra. In silenzio, senza offrire punti di riferimento ai nemici che - dall'avvento della guerriglia - avrebbe un bersaglio molto facile nelle elefantiache colonne in ritirata.

Gli statunitensi, alla chetichella, hanno applicato alla lettera la tradizione bellica e ieri l'ultima unità combattente Usa ha abbandonato l'Iraq. L'operazione Iraqi Freedom, iniziata il 20 marzo 2003, chiuderà comunque i battenti il 31 agosto prossimo, come era già deciso dal 2008, ma per non esporre i militari a stelle e strisce ad agguati dei ribelli iracheni il ritiro è avvenuto in tempi diversi.
Restano 52mila uomini, con compiti di consulenza e addestramento per le truppe dell'esercito iracheno e della polizia, che saranno il motore della nuova operazione statunitense in Iraq, la New Dawn (Nuova alba), che inizia ufficialmente il 1 settembre prossimo ed è destinata a durare per tutto il 2011, ma con la possibilità di essere prolungata.

L'ansia della classe politica e dei militari iracheni non è servita a convincere l'amministrazione Obama a rinviare il ritiro delle truppe combattenti. L'accordo, del resto, è stato scritto nel 2008 dall'allora presidente Usa George W. Bush e dal premier iracheno Nouri al-Maliki. Obama, vinte le elezioni, si è limitato a ereditarlo e a confermarlo. D'altronde, sempre più la politica militare Usa si affida in toto alle intuizioni del generale David Petraeus, ora comandante del fronte afgano. Proprio la battaglia in Afghanistan, per il governo Usa, è quella determinante. A Washington sperano che, come in Iraq, Petraeus s'inventi quell'exit strategy che i politici repubblicani e democratici Usa non hanno saputo immaginare né per Baghdad né per Kabul.

Petraeus, in Iraq, ha preso in mano una situazione rovente. Nel 2006, dopo tre anni di conflitto, la medie delle vittime era di 3mila al mese. Ha avuto un'intuizione chiave, il generale. Coinvolgere i sunniti nella pacificazione del Paese. Non ci voleva un genio, ma dall'invasione del 2003 i sunniti erano stati purgati dalla società, dalla politica, dai ranghi militari. L'arrivo dei combattenti del jihdaismo internazionale, sotto le insegne vere o presunte di al-Qaeda, avevano creato un ginepraio nel quale hanno perso la vita più di 4500 militari Usa e quasi un milione di iracheni. Petraeus tratta con i clan sunniti, affidando alle loro milizie, i Consigli del Risveglio (al-Sahwa), il compito di combattere i miliziani 'stranieri'. L'hanno fatto e la situazione è cambiata.

L'attentato dei giorni scorsi alle reclute dell'esercito iracheno, in fila davanti al ministero della Difesa a Baghdad, costato la vita ad almeno settanta persone, dimostra come la situazione sia tutt'altro che pacificata. Solo che i ribelli, adesso, puntano su attentati singoli che facciano più danni possibile, mentre per anni lo stillicidio era quotidiano e terribile. Anche la classe politica irachena non è pronta e lo dimostra il fatto che il 7 marzo scorso si è votato, ma ancora non si è potuto formare un governo, tra sciiti moderati e filo-iraniani, curdi e sunniti da coinvolgere nel potere.

La realpolitik, però, non può fare soste e adesso l'Afghanistan è la priorità del governo Usa. E' là che serve Petreaeus, è là che serve il grosso della macchina militare Usa, sempre più costosa e sempre più tallone d'Achille di un'economia statunitense che fatica a riprendersi. Nel periodo di massima espansione, il contingente Usa in Iraq contava 170mila uomini. Un'enormità. L'alba nuova di oggi è sorta sui marines, piegati sotto i loro zaini, che si dirigono verso il Kuwait e l'Arabia Saudita. Resta da da capire se anche per l'Iraq è un nuovo giorno.

Christian Elia

giovedì 19 agosto 2010

10 settembre 2014. Entra in vigore la tessera del manifestante

grande_fratello_tvROMA. Alla ripresa dei lavori parlamentari la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la tessera del manifestante. Dopo un veloce dibattito estivo al Senato delle regioni il pacchetto di provvedimenti detto “tessera del manifestante” è arrivato alla Camera dove è stato approvato praticamente all’unanimità (2 voti contrari e 5 astenuti). “E’ l’ennesima prova che il parlamento agisce nell’interesse del paese e non di una sola parte politica” ha commentato il presidente del Consiglio Pierferdinando Casini. Che guida da oltre tre anni un governo di centro, detto di concordia nazionale, appoggiato sia dal centrosinistra che dal centrodestra. La tessera del manifestante, ricavata sull’impianto normativo della tessera del tifoso, si era è imposta all’attenzione del dibattito politico dopo che diversi comuni avevano cominciato a tassare le manifestazioni di piazza. Il parlamento in questo modo intende sia regolare le manifestazioni politiche che favorire il flusso di cassa diretto verso i comuni in grave dissesto a causa dei rallentamenti della crescita economica. In sintesi il provvedimento prevede:

-l’istituzione di una tessera magnetica, gestita da un pool con a capofila Mediolanum e Unipol, che prevede una ricarica iniziale di 29 euro e una ricarica annuale di 10.
-la possibilità di accesso, illimitata e gratuita, alle manifestazioni cui il possessore della tessera è interessato.
-la facoltà di utilizzo della tessera come carta revolving, ad interesse scontato, per acquisti in centri commerciali convenzionati e di largo consumo.
-Come per la tessera del tifoso, quella del manifestante non può essere utilizzata in caso di mancanza di credito nella tessera.
Possono richiedere la tessera, compilando un modulo scaricabile dai siti degli istituti bancari interessati alla fornitura del servizio, tutti i cittadini italiani o in possesso di regolare permesso di soggiorno. Ad eccezione di quelli che non sono sotto processo per reati politici, da stadio, legati ad episodi di piccola e grande criminalità, allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, alla guida in stato di ebbrezza. Il possessore della tessera del manifestante non dovrà indicare l’area politica alla quale intende aderire, per rispetto della privacy, ma l’area geografica alla quale desidera vengano devoluti i fondi della tessera al netto delle ritenute bancarie. Come per la tessera del tifoso quella del manifestante avrà dei chip di riconoscimento che permetteranno la tracciabilità del proprietario durante i cortei.
“Un grande passo in avanti della tecnologia che si è perfezionata in questi quattro anni proprio a partire dalla tessera del tifoso” - ha commentato l’ex presidente della Camera Bertinotti oggi a capo della fondazione Benetton che ha promosso la legge - “Se questa tessera ci fosse stata nel 2001, Carlo Giuliani sarebbe ancora vivo”. Il viceministro alla solidarietà sociale Iannone, esponente storico di Casa Pound, ha commentato “questa legge non è né di destra né di sinistra ma un contributo patriottico, federalista e solidale alle casse dei comuni e uno strumento che renderà le manifestazioni di nuovo frequentabili per le famiglie italiane”.
Le segreterie confederali di Cgil, Cisl, Uil, pur plaudendo all’iniziativa, hanno rimandato ad un successivo tavolo con il governo le trattative sulla quota di fondi da devolvere alle organizzazioni sindacali. Si è nel frattempo placata la polemica sulla mancata destinazione, già decisa al Senato delle regioni, di una parte di questi fondi ai numerosi soldati reduci dall’Afghanistan oggi affetti da sindrome da stress post-traumatico. Il PD ha fatto infatti approvare un decreto in consiglio dei ministri per l’approvazione di un bando che regola le modalità di sponsorizzazione di una apposita raccolta fondi. Finmeccanica e i maggiori portali di Poker on line hanno già aderito.
Soddisfazione è stata anche espressa dal segretario del nuovo Pdl Piersilvio Berlusconi “è uno strumento che dona serenità ed efficienza alla vita politica di un paese. Da parte nostra intendiamo contribuire al successo dell’iniziativa: ogni possessore di tessera potrà avvalersi del proprio codice per attivare gratuitamente la visione dei nuovi contenuti Mediaset Plus fino al 31 dicembre 2014”
Alle critiche espresse su un sito con sede legale in Islanda dall’autoproclamato governo degli italiani in esilio, che riguardano il pericolo di svuotamento delle piazze così come è avvenuto con gli stadi per la tessera del tifoso, ha replicato il presidente della Repubblica Massimo D’Alema: “In una democrazia matura è normale che ci sia un calo fisiologico delle manifestazioni di piazza. In questo modo ci stiamo finalmente avvicinando ai grandi paesi europei”. Rispondendo brevemente a una domanda sulle polemiche suscitate da una sua partecipazione ad un convegno sui 95 anni dai fatti di Piazza San Sepolcro (quando furono fondati i fasci di combattimento) il presidente D’Alema ha commentato “Il fascismo è stato una costola della sinistra. Non lo dico io, lo dicono gli storici. Appartiene al passato ma qualcosa di quella storia può essere conservato nell’interesse della coesione sociale e per il bene del paese. In fin dei conti Mussolini ha assicurato vent’anni di governabilità”.

Ansa.it 10/9/ 2014

Storia recente.

Anno 2010

Si comincia a progettare di tassare le manifestazioni di piazza

(red) 17 agosto 2010

Cossiga, quando la sovranità non appartiene al popolo

giorgiana_masiIn primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... [...]. Lasciar fare gli universitari, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

(Suggerimenti di Francesco Cossiga a Maroni su come affrontare il movimento degli studenti, da un intervista a Il Giorno, 23 ottobre 2008)

È buffo che nei necrologi bipartisan dedicati a Cossiga si metta in evidenza soprattutto il suo senso dello Stato. Perché Cossiga, a differenza di tanti che oggi lo commemorano, non si è mai posto il problema di nascondere il suo disprezzo per lo Stato di diritto e ha sempre rivendicato apertamente il suo ruolo in quelle strategie occulte ed “eversive” (tecnicamente parlando) che dalla Liberazione in poi hanno costituito la vera struttura portante della Prima e della Seconda Repubblica.

Strategie con un obiettivo chiaro e semplice: quello di impedire che in Italia la volontà popolare potesse mettere in pericolo gli equilibri politici voluti dai veri padroni del Paese e detentori della sovranità reale.

A Cossiga va dunque riconosciuto almeno un merito: quello di aver mostrato con chiarezza che nelle cosiddette democrazie occidentali i diritti civili e politici sono solo un simulacro che copre i reali rapporti di forza: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, scriveva Michel Foucault capovolgendo il famoso motto di Clausewitz.

I fatti di cui Cossiga è stato protagonista sono notissimi e in questi giorni molti media li ricorderanno ancora una volta. In questo articolo più che raccontare questi avvenimenti si cercherà di mettere in evidenza il filo conduttore che li lega e proporre un criterio interpretativo.

È stato Cossiga a rendere di dominio pubblico che subito dopo la Liberazione, con l’inizio della Guerra Fredda, nei Paesi europei sotto l’influenza USA si era formata una rete terroristica occulta con il compito di impedire che la sinistra arrivasse al potere attraverso le elezioni. Della rete (nota come Gladio-Stay Behind) facevano parte militari, membri dei servizi segreti “atlantici”, neofascisti, esponenti politici (soprattutto democristiani) e massoni.

Va sottolineata la sostanziale continuità tra gli apparati burocratici e repressivi del ventennio fascista e del nascente regime democristiano, visto che molti sembrano rimpiangere quel periodo descrivendolo come una specie di Età dell’Oro.

È in quegli ambienti che si elaborano e si mettono in atto alcuni tentativi di colpo di Stato (1), ma soprattutto quella strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese a partire dagli anni ’60, in risposta alla progressiva crescita della sinistra e del movimento operaio e studentesco.

Negli anni in cui il movimento è più forte, Cossiga come ministro dell’Interno si incarica di reprimerlo, ancora una volta senza porsi problemi di “legalità”, militarizzando il Paese. Nelle grandi città universitarie sferragliano i carri armati, mentre la polizia e gli agenti provocatori travestiti da manifestanti sparano ad altezza d’uomo sui cortei.

francesco.lorusso.01L’11 marzo 1977 a Bologna viene ucciso il ventiseienne Francesco Lorusso, il 12 maggio a Roma muore una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, colpita dagli agenti in borghese.

Il loro assassinio fu uno sfregio ad un’intera generazione, e colpì profondamente tutti “i ragazzi del ‘77”, anche coloro che non facevano parte del movimento ma che condividevano i suoi grandi ideali di cambiamento. Quegli spari uccisero non solo due giovani ma la speranza che qualcosa potesse cambiare, e che il regime democristiano, bigotto e corrotto, potesse essere sconfitto con la forza delle idee.

Ma la strategia repressiva di Cossiga non avrebbe avuto successo senza il supporto decisivo del Partito Comunista.

E forse non sono mai stati sufficientemente approfonditi i rapporti anche di natura familiare Cossiga-Segni-Berlinguer.

DC e PCI fin dall’inizio avevano considerato il movimento come un pericolo. Non ne comprendevano la cultura, il linguaggio, le modalità organizzative, gli obiettivi, ma una cosa gli era chiara: non era possibile alcuna mediazione, e in particolare era messo fortemente in discussione il ruolo di contenimento svolto dal PCI e della CGIL.

Il 17 febbraio del 1977 PCI e sindacato avevano tentato di assumersi direttamente il compito di fare piazza pulita, entrando nell’Università occupata e cercando di imporre il comizio di Lama con i bastoni del servizio d’ordine e il volume altissimo degli altoparlanti.

La cacciata di Lama segna una rottura definitiva, traumatica, nella sinistra, e porta alla decisione, condivisa a quel punto dall’intero “arco costituzionale” di annientare quel movimento ad ogni costo e con qualsiasi mezzo.

Quello che non gli si perdonava era soprattutto la sua radicalità e la sua lungimiranza politica, che l’aveva portato a capire che i tempi della grande fabbrica e dell’operaio massa erano finiti e che si apriva una nuova epoca.

In questo passaggio il PCI avrebbe perso la sua stessa identità politica, ormai connessa inestricabilmente al “compromesso fordista”, ma schiacciare il movimento non è servito a esorcizzare il futuro. Questo scenario si è concretizzato, e in più il PCI si porterà dietro per sempre l’infame responsabilità storica e politica di aver messo i padri contro i figli, gli operai contro gli studenti, poveri contro poveri.

Se non si ricordassero questi passaggi sarebbe più difficile capire la trasformazione da PCI a PD e la rapida “americanizzazione” dell’intero ceto burocratico di questo partito.

I carri armati di Cossiga furono il corrispettivo italiano dei colpi di Stato in America Latina. Mentre Giorgiana e Francesco cadevano, a Buenos Aires o a Santiago migliaia di altri giovani venivano sequestrati, torturati e uccisi da altri “difensori dello Stato” ispirati dai “consulenti” piduisti.

Il ruolo della P2 nella vicenda politica italiana diventa ancora più evidente l’anno successivo, in occasione del rapimento di Aldo Moro, un altro momento decisivo della strategia della tensione: il comitato di crisi creato da Cossiga è pieno di piduisti, Licio Gelli compreso. Vogliono la morte di Moro per mettere il Paese sotto assedio e attuare quei cambiamenti istituzionali delineati con lucidità nel loro piano di rinascita democratica.

Anche qui il supporto del PCI alla linea della fermezza è decisivo. Nelle intenzioni dei dirigenti la politica dell’emergenza doveva dare al partito la legittimità per proporsi come forza di governo, non capendo che l’obiettivo finale di quella strategia era annientare tutta la sinistra e non solo il movimento.

Analogamente in campo sindacale la CGIL sostenne a spada tratta l’ideologia dei “sacrifici” per superare la “crisi”, coprendo con una cortina fumogena la ristrutturazione in atto, che prevedeva lo smantellamento della grande fabbrica e la fine del movimento operaio organizzato.

Di quelle scelte paghiamo ancora oggi le conseguenze, con la desertificazione del tessuto sociale e politico, la quotidianità miserabile che viviamo e la corruzione dilagante.

Ritornando a Cossiga, durante la sua presidenza del consiglio (agosto '79-ottobre '80) la P2 intensifica la propria attività, come emergerà dall'inchiesta parlamentare. Il 1980 nella carriera politica di Cossiga è uno degli anni più oscuri. È l'anno della strage di Ustica (27 giugno), seguita dal relativo depistaggio, e di quella di Bologna del 2 agosto (anche qui P2 coinvolta, come risulta dagli atti del processo). Negli ultimi trent'anni Cossiga non ha mai detto una parola chiara su queste vicende, salvo la bufala della stazione di Bologna esplosa per un incidente provocato dai palestinesi.

Gelli viene inquisito solo un anno dopo che Cossiga ha lasciato la presidenza del consiglio.

Nel 1985 Cossiga viene eletto presidente della Repubblica. Con la caduta del Muro finisce l'epoca della Guerra Fredda e si impongono nuovi equilibri politici. Cossiga, in veste di “picconatore”, dà l’avvio alla liquidazione della Prima Repubblica.

Tangentopoli spazza via il vecchio ceto politico, soprattutto democristiano e socialista, che allignava nelle partecipazioni statali, nascono nuove forze politiche e il sistema bipolare, assetto più rispondente ai dettami del pensiero unico neoliberista che cominciava ad affermarsi anche in Italia. E anche in questo passaggio c'è una forte componente terroristica, ancora in buona parte oscura (2).

Cossiga da un lato promuove lo sdoganamento del MSI (fu allora che questo orrendo termine entrò a far parte del linguaggio giornalistico), dall'altro favorisce, formando un gruppo parlamentare autonomo, il primo governo guidato da un ex-pcista (ottobre 1998), che dimostrerà la sua affidabilità bombardando la Jugoslavia (30mila vittime civili).

Nei necrologi bipartisan, da cui era partito questo articolo, si deve dunque leggere la fedeltà “atlantica” dell’intero quadro politico e il riconoscimento da parte degli attuali schieramenti della loro matrice comune: la strategia della tensione e le trame occulte di cui Cossiga è stato protagonista (3).

E soprattutto, vi si deve leggere la conferma che per l'attuale classe politica "la sovranità non appartiene al popolo".

Per Senza Soste, Nello Gradirà

18 agosto 2010

Link: Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà

Note

(1) Come quello di De Lorenzo nel 1964. All'epoca il presidente della Repubblica è Antonio Segni, e Cossiga fa da tramite tra De Lorenzo e Segni (http://www.arcipelago.org/storie%20italiane/ragnatela2.htm)

(2) Cossiga si dimette da presidente della Repubblica il 28 aprile 1992. Il 23 maggio viene ucciso il giudice Falcone e il 24 luglio il giudice Paolo Borsellino. L'anno successivo, tra maggio e luglio, vi sono gli attentati ai Parioli, in Via dei Georgofili a Firenze (5 morti), a Milano (5 morti) e a Roma.

(3) Tra gli "estimatori" di Cossiga va citato anche Fausto Bertinotti. Ne parla lo stesso Cossiga in un'intervista al Corriere della Sera del 25 gennaio 2007. Il giornalista gli chiede: "Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?" E Cossiga: "La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

E' stato Morto un ragazzo


Il film e il libro di Filippo Vendemmiati, che ricostruisce la vicenda di Federico Aldrovaldi, ragazzo 18enne ucciso dalla polizia. Lavoro che verrà presentato, il prossimo settembre, al Festival del cinema di Venezia

La sinossi del documentario. Federico Aldrovandi ha da poco compiuto diciotto anni quando, all'alba del 25 settembre 2005, incontra una pattuglia della polizia nei pressi dell'ippodromo, a Ferrara. Poche ore più tardi la famiglia apprende della sua scomparsa. Fra questi due momenti tante domande e molti silenzi. Il libro ripercorre le vicende umane e giudiziarie legate alla morte di Federico, le ricostruzioni della polizia che parlano di morte per overdose, lo stupore e il dolore di parenti e amici e un'inchiesta giudiziaria inizialmente destinata all'archiviazione... Poi i primi sospetti, il corpo sfigurato del ragazzo, le versioni ufficiali che vengono smentite dalle analisi, il coinvolgimento delle forze dell'ordine e i depistaggi. Lo scandalo, l'attenzione mediatica e il coraggio di una famiglia che, nel luglio del 2009, porteranno alle condanne in primo grado per quattro agenti di polizia. Nel dvd Filippo Vendemmiati racconta la storia di Federico Aldrovandi, i fatti accertati e misteri che li avvolgono, il processo e i suoi numerosi colpi di scena, tentando di fornire una spiegazione verosimile dell'accaduto proprio a partire da quegli interrogativi rimasti insoluti. La narrazione di Vendemmiati è arricchita dai documenti video registrati dagli stessi protagonisti, a disposizione nell'archivio giornalistico Rai.

per info: federicoaldrovandi.blog.kataweb.it


Il trailer del documentario su Federico Aldrovaldi:

martedì 17 agosto 2010

Bestiario Kossighiano


Le migliori/peggiori dichiarazioni dell'ex Primo Ministro e Presidente della Repubblica.

Gladio

"So tutto su Gladio: come era fatta e come non era fatta. Per filo e per segno. E quindi, quando ne parlo, ne parlo con perfetta cognizione di causa. E mi sono immediatamente sbracciato per garantire che era una cosa perfettamente lecita, anzi doverosa, e senza doppi fondi, esponendomi in prima persona.
I gladiatori sono stati additati al pubblico ludibrio dei patrioti. Brava gente che qualcuno ha tentato di confondere con stragisti. E questa è un altra delle vergogne nazionali".

''Facevo parte di una formazione di giovani democristiani armati - raccontava -, armati dall'arma dei carabinieri, per difendere le sedi dei partiti e noi stessi nel caso che i comunisti, perdute le elezioni, avessero tentato un colpo di stato''.

Moro

"Ho concorso ad uccidere o a lasciar uccidere Moro quando scelsi di non trattare con le Brigate Rosse e lo accetto come mia responsabilità, a differenza di molte anime candide della Dc''.

Onda Anomala

"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì... questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio".

Italia

"L'Italia è sempre stato un Paese "incompiuto": il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta. Il paradigma culturale dell'imperfezione genetica lega con un filo forte la storia dello sviluppo politico dell'Italia unita".

Forze dell'ordine

"I carabinieri, la polizia, la guardia di finanza sono certo discusse ma da due categorie di persone, i criminali e i farneticanti legati da una subcultura fatta di subalternità e di vita che è la vergogna del nostro Paese".

Berlusconi

«Se Berlusconi è il nuovo De Gasperi, io sono il nuovo Carlo Magno».

Tratto da Infoauto.org

A Giorgiana, a Francesco e a tutti gli altri…


Alle 13 e 18 di oggi, martedì 17 agosto 2010, è morto Francesco Kossiga. Aveva 82 anni. Lui. Ma Giorgiana, Francesco e gli altri compagni assassinati nelle piazze o nel sonno dai suoi carabinieri o dalla sua polizia 82 anni non li avranno mai. Non verseremo una lacrima per chi incarcerò e torturò centinaia di militanti rivoluzionari. A loro e solo a loro va adesso il nostro pensiero, il nostro ricordo e la nostra allegria. Perchè questo mondo di merda da oggi alle 13 e 18 puzza un po’ di meno.

Tratto dal blog di militant

Macelleria G8: Diaz, promosso Mortola

L'ex capo della Digos genovese nei giorni dei pestaggi è stato nominato questore dal ministro Maroni. La Corte d'Appello gli aveva appena inflitto 3 anni e otto mesi per i fatti del 2001

mortolaLa Polizia di Stato da oggi può vantare un nuovo questore, fresco di promozione. Si chiama Spartaco Mortola, nato a Camogli e attualmente numero due alla questura di Torino: è uno dei poliziotti condannati in appello per il blitz del 2001 alla scuola Diaz, a Genova, durante il G8.

La notizia è destinata creare non poche polemiche, a quasi dieci anni dalla "macelleria messicana" e a poche settimane dalla pubblicazione della sentenza di secondo grado per quei fatti.

A Mortola è stata inflitta una pena di tre anni e otto mesi perché faceva parte di quel gruppo di uomini delle forze dell'ordine che «preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola», come recitano appunto le motivazioni dell'appello. In primo grado Mortola era stato assolto.

All'epoca dei fatti Mortola era il capo della Digos di Genova, quindi il poliziotto a cui facevano riferimento - per conoscenza del territorio - gli altri funzionari spediti nel capoluogo per il G8 da Roma e da Napoli. Fu pertanto a lui che vennero affidate le famose bottiglie molotov portate dalla stessa Digos all'interno della scuola per giustificare il pestaggio che ne segui. Al processo, Mortola ammise che portare quelle bottiglie incendiarie nella scuola fu «una forzatura giuridica». Il Tribunale ha ritenuto che si trattava di qualcosa di un po' più grave.

Insieme a Mortola sono stati condannati in secondo grado altri 24 imputati, tra cui il capo dell'anticrimine Francesco Gratteri (4 anni), l'ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (5 anni), Giovanni Luperi (4 anni) e Gilberto Caldarozzi (3 anni e 8 mesi).

Nella sentenza, la Corte ha stabilito che la violenta repressione del 21 luglio 2001 (il giorno dopo l'uccisione di Carlo Giuliani) e l'irruzione alla Diaz erano nate da una «richiesta» arrivata dall'allora capo della polizia Gianni De Gennaro, a sua volta promosso capo dei servizi segreti. Una «pressione psicologica» che per la Corte però «non giustifica in nulla la commissione dei reati né l'eventuale malinteso spirito di corpo che ha caratterizzato anche successivamente la scarsa collaborazione con l'ufficio di Procura». Insomma, i poliziotti potrebbero essere poi andati al di là delle intenzioni, con i pestaggi e le violenze.

La notte del 21 luglio 2001 fu in effetti una delle pagine più nere della storia della polizia italiana. Nell'operazione Diaz rimasero vittime decine di persone del tutto estranee agli incidenti che erano avvenuti il giorno precedente.

Il segretario generale del sindacato di polizia Siulp, Roberto Traverso, ha duramente contestato la decisione di promuovere Mortola: «Cosa diranno i genovesi adesso? Oltre al danno, è una beffa per la nostra categoria, che per quei maledetti giorni del 2001 sta ancora pagando mediaticamente un prezzo altissimo. L'amministrazione non ha mosso un dito per la 'truppa' ma promuove i vertici condannati».

Non si sa ancora a quale città italiana verrà destinato il nuovo questore. Nessun commento sulla nomina è arrivato dal ministro degli Interni Roberto Maroni, responsabile della promozione.

Lia Quilici

tratto da http://espresso.repubblica.it

10 agosto 2010

Milano, scontri nel Cie di via Corelli. La testimonianza


Feriti tra migranti e forze dell'ordine. Parla A., tunisino, detenuto nel Centro

17 / 8 / 2010

La protesta esplosa la notte scorsa è una delle tante che ha riguardato il Centro di identificazione ed espulsione milanese negli ultime mesi. Sei agenti e cinque nordafricani sono rimasti feriti. Un migrante di origine algerina è riuscito a fuggire mentre un altro ragazzo detenuto nel centro si è fratturato entrambe le gambe nel tentativo di saltare giù dal tetto, dove si erano arrampicati una quarantina di immigrati per protestare.Il 18 luglio scorso, nel corso di una protesta analoga, erano fuggiti altri tre migranti.


"Alcuni ragazzi sono saliti sul tetto. Dopo gli scontri sono stati picchiati dalla polizia, con i manganelli sulla testa, in faccia, alcuni non sono ancora rientrati dall'ospedale dove li hanno portati" ci spiega A., che si trova nel Cie da un mese mezzo.
"La sezione coinvolta è stata la B, ex sezione femminile, dove sono arrivati una trentina di migranti da poco tempo. Sbarcati in Sardegna sono stati portati direttamente al Cie di Milano. Alcune donne sono state trasferite a Roma. Non ci sono state vere e proprie cause scatenanti, solo che stare qui è come stare in carcere. Io ho paura quando vedo queste cose".

A. ha un biglietto per essere rimpatriato in Tunisia. Dopo 24 anni di permanenza in Italia, dove ha una moglie e tre figli, gli è stato imposto il rimpatrio.
"Non voglio partire, ma non voglio nemmeno essere picchiato. Tra due giorni vado via, ma ci sono persone che stanno qui da mesi e resistere è difficilissimo. Se ti ribelli arrivano in dieci, venti e ti picchiano. Io non voglio che succeda a me".
E continua: "E' assurdo, qui c'è tutta la mia vita. Non ho più nessuno di là, in Tunisia. Mi hanno distrutto la vita, hanno distrutto la mia famiglia".
La polizia nel pomeriggio ha eseguito controlli: "Stanno perquisendo tutti, tutta la sezione B, ogni singola stanza, dai muri ai materassi, per trovare armi, pezzi di ferro, qualsiasi cosa. C'è una situazione tesissima."

Nel report di Medici Senza Frontiere sui Cie italiani "Al di là del Muro", che ha come scopo quello di far conoscere la realtà di questi spazi chiusi ad osservatori esterni, il Centro di via Corelli risulta privo dei servizi di mediazione culturale. Non ci sono procedure sanitarie per la diagnosi e il trattamento delle malattie infettive. Il sostegno legale in materia d'asilo è carente.

I servizi indicati da Medici Senza Frontiere sono servizi assolutamente necessari dato che nei centri s'intrecciano, in condizioni di detenzione, situazioni di fragilità estremamente eterogenee tra loro a cui corrispondono esigenze molto diversificate.
I detenuti-ospiti scoprono come il rispetto dei diritti umani, humus di ogni paese civile, possa essere facilmente ignorato. La vita dei migranti nei Cie oscilla tra l'attesa e l'orrore. Il disagio psicologico è pesante, ed è quello di vivere in una doppia assenza: quella del paese che si è lasciato e quella del paese in cui ci si trova, dove un vero e proprio esercito di apolidi rimane invisibile. Fatto salvo per episodi di cronaca come quello di stanotte, quando forze dell'ordine diventano protagoniste di atti di violenza, in mancanza di una strategia politica alternativa.

Il manganello sembra essere uno dei pochi mezzi che lo Stato ha a disposizione per esercitare il proprio potere, chiuso nella sua morsa xenofoba.
Fin troppo semplice usare la repressione contro l'immigrato, la cui colpa è quella di non essere in possesso di un documento di riconoscimento, nuovo reato stabilito dal pacchetto sicurezza. Tra le mura di queste vere e proprie galere per clandestini, che replicano le strutture penitenziarie sotto diversi aspetti, si consumano quotidianamente violenze che, troppo spesso, vengono ignorate dall'opinione pubblica.

Flavia Cappadocia

Tratto da:

venerdì 13 agosto 2010

Zurine, Fermin e Artzai: tutto rimandato a settembre.

La Corte d’Appello di Roma sospende l’estradizione in Spagna dei 3 giovani baschi e chiede prove vere a Madrid
Marco Santopadre, Radio Città Aperta

28 Luglio 2010

--- Alle 13.30 di oggi, dopo una mezzora passata in camera di
consiglio, i giudici della Prima Sezione della Corte d’Appello di Roma
hanno giudicato largamente insufficienti e inconsistenti i documenti
forniti dall’Audiencia Nacional di Madrid a supporto della richiesta
di consegna dei tre giovani baschi arrestati a Roma dalla Digos il 10
giugno, ed hanno ordinato una nuova udienza per il prossimo primo
settembre. Nel frattempo i tre giovani indipendentisti dovranno
rimanere in carcere (la ragazza a Rebibbia e i due ragazzi a Terni) ma
i giudici del Tribunale di Roma hanno chiesto alle autorità italiane
che chiedano urgentemente a quelle iberiche la documentazione
originale con la quale la Corte Suprema Spagnola nel 2007 ha deciso la
messa fuori legge dell’organizzazione giovanile basca Segi
(considerata da Madrid di natura terroristica) e soprattutto una
documentazione che attesti di cosa sono accusati direttamente i tre
imputati. Infatti nel materiale finora fornito alle autorità italiane
da quelle di Madrid non c’è uno straccio non solo di prova, ma neanche
un misero indizio che attesti la partecipazione di Zurine Gogenola
Goitia, Fermin Martinez Lakunza e Artzai Santesteban Arizkuren ad
attività delittuose o violente, e neanche che ne certifichi l’adesione
al movimento Segi. Si tratta di argomentazioni – hanno fatto notare
gli avvocati Maria Luisa D’Addabbo e Cesare Antetomaso nelle loro
lunghe e particolareggiate arringhe – basate esclusivamente su una
confusa elencazione di nomi, fatti ed eventi che nulla hanno a che
fare con le accuse rivolte ai tre giovani, arrestati a Roma a causa di
un ordine di cattura europeo spiccato nel dicembre del 2009 dal
giudice del tribunale speciale di Madrid Fernando Grande Marlaska. Nel
testo che accompagna il cosiddetto ‘euro orden’ e nei materiali
integrativi spediti posteriormente all’arresto (per altro uno
sfacciato copia-incolla dei testi originali…) si ripetono i soliti
teoremi che da anni guidano l’attività repressiva della magistratura e
del governo spagnolo: cioè che ogni attività del movimento sociale e
politico della sinistra indipendentista basca è da ritenersi
delittuosa e manovrata dall’organizzazione armata ETA... Ma nei
documenti che secondo Madrid giustificherebbero una condanna dai 6 ai
12 anni di galera non c’è alcun riferimento a responsabilità concrete
da parte dei tre imputati, che proprio consci dell’inconsistenza e
della aleatorietà dell’accusa nei loro confronti denunciare in Italia
la persecuzione nei loro confronti, nel giugno scorso, ponendo così
fine ad un periodo di latitanza durato parecchi mesi, da quando cioè
riuscirono a sfuggire a una retata contro decine di simpatizzanti
della sinistra indipendentista che si saldò con numerosi arresti.
Oggi quindi i giudici della Corte d’Appello non hanno potuto fare
altro che rimandare la decisione sulla consegna alle autorità spagnole
agli inizi di settembre, ammesso che la magistratura spagnola possa
nel frattempo fornire elementi maggiori e circostanziati che provino
la partecipazione dei tre accusati a momenti o attività delittuose.
Perché per ora si parla genericamente di manifestazioni, riunioni,
conferenze stampa e del boicottaggio della Coca Cola… Cioè attività
politiche e pacifiche che evidentemente la magistratura spagnola, con
la copertura del potere politico, assimila a comportamenti da
criminalizzare e da punire con pene draconiane. Non stupisce quindi,
come hanno sottolineato gli avvocati difensori fornendo una
dettagliata documentazione alla corte, che da anni numerose
istituzioni internazionali, compresa l’ONU, raccomandino alla Spagna
un cambiamento di rotta radicale. E neanche stupisce che in numerosi
paesi europei la magistratura abbia rigettato, negli ultimi mesi,
l’applicazione di ordini di cattura contro alcuni scampati alla retata
del 24 novembre del 2009 per mancanza o insufficienza di elementi
probatori o per la manifesta arbitrarietà delle argomentazioni
giuridiche correlate agli ordini di cattura europei. Come hanno
ricordato oggi D’Addabbo e Antetomaso in aula, pareri negativi si sono
avuti sia in Francia sia in Irlanda del Nord, paesi non certi inclini
alla tolleranza nei confronti delle organizzazioni armate e delle
attività politiche delle rispettive minoranze nazionali.
Per quanto riguarda la situazione dei tre giovani baschi detenuti a
Roma e Terni per ora la decisione è solo rimandata: ma almeno la
magistratura italiana non ha dato per scontato che la richiesta da
parte di Madrid della consegna dei tre fosse basata su accuse fondate
e circostanziate, chiedendo un supplemento di indagine e riservandosi
di decidere più in là. Il rischio concreto era che quell’aura di
democraticità che ancora aleggia immeritatamente sulla Spagna degli
squadroni della morte e dei processi sommari rendesse l’udienza di
oggi una pura formalità.

tratto da:
http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&task=view&id=4744&Itemid=9

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Esprimete solidarietà ai compagn* basch* in carcere in Italia!
Di seguito i loro indirizzi, nel fondo delle cartoline da stampare e
spedire loro.

Fermin Martinez Lakunza
Casa circondariale
Strada delle Campore 32
05100 Terni

Artzai Santesteban Arizkuren
Casa circondariale
Strada delle Campore 32
05100 Terni

Zurine Gogenola Goitia
Casa circondariale Rebibbia Femminile
Via Bartolo Longo 92
00156 Roma

martedì 10 agosto 2010

TERNI, ORDINANZA ANTI-RUMORE: Intervista di Terninrete al CSA


Centro sociale Cimarelli : pensano di trasformare Terni in una città dormitorio.

Un sicuro effetto l'ordinanza comunale che vieta di diffondere la musica dopo la mezzanotte lo ha ottenuto : ha scontentato e danneggiato i soggetti ai quali è stata imposta. Gli esercenti dei locali del centro, aperti la sera, stanno accusando un pesante colpo economico che ha già avuto ripercussioni sull'occupazione ( con mancate assunzioni e riduzioni degli orari di impiego e, se continua così si dovrà procedere a licenziamenti ) . Si attendevano non molto, ma almeno qualcosa , dal Comune che aveva preso in esame la possibilità di modificare il discusso provvedimento. Ma nemmeno quel qualcosa è stato concesso. Il Presidente dell'associazione che riunisce gli esercenti aperti la sera nel centro storico, Francesco Bartoli, è deluso : " Ci aspettavamo che comprendessero le esigenze delle nostre realtà , che si rendessero conto del lavoro che facciamo che poi non riguarda soltanto noi ma tutto l'indotto che movimenta, che diamo occupazione a centinaia di persone e potrebbero essere di più ma non abbiamo trovato orecchie pronte ad ascoltarci. E' inaccettabile che un assessore ( Bencivenga n.d.r. ) ci venga a dire - e che alle 2 di notte la gente vuole ancora bere? "


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La neonata associazione non subirà passivamente questa decisione, peraltro annunciata attraverso un laconico comunicato pubblicato sul sito del Comune di Terni. " No, no, assolutamente. Anche se un assessore ( Bencivenga n.d.r ) ha minacciato più pressanti controlli sulle nostre attività. Ci riuniremo domani per decidere concretamente il da farsi e martedi pomeriggio, in una conferenza stampa che convocheremo presso l'Hotel Michelangelo, renderemo note le nostre iniziative. Due cose sono sicure : la prima è una petizione popolare per chiedere l'annullamento dell'ordinanza. Ci contiamo, vediamo quanti sono i ternani che non sono d'accordo con questo provvedimento. Se anche i residenti vorranno fare la stessa cosa, ancora meglio. Vediamo quanta gente rappresentano. Io sono sempre della mia idea : un condominio. La seconda è una serrata. Una giornata di chiusura che si effettuerà dopo ferragosto per dare più visibilità all'iniziativa con il ritorno di tanti ternani dalle ferie. Chiederemo inoltre la convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio comunale che si occupi dell'intera vicenda, alla ripresa dell'attività politica. Tutte le altre cose le saprete durante la conferenza stampa di martedi prossimo " .


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La stessa ordinanza ha interessato anche le attività dei centri sociali. Ieri pomeriggio abbiamo visitato il centro sociale di via del Lanificio, intitolato a Germinal Cimarelli. Ci ha accompagnato il Presidente dell'associazione interni-stranieri che gestice lo spazio del centro sociale , Simone Zugnoni. " Abbiamo saputo della conferma dell'ordinanza. Non so che dire. A noi hanno promesso che ci avrebbero incontrati di nuovo per vedere delle soluzioni. A questo punto non so se ci convocheranno ancora. Ad oggi non sappiamo niente " . C'è più rassegnazione che rabbia nello sguardo e nelle parole di Simone. Cosa ha significato per voi questa ordinanza? " Se cominciamo dall'inizio devo dire che i Vigili urbani, al primo controllo, ( pochissimi giorni dopo l'entrata in vigore delle norme anti-alcol e anti-rumore n.d.r. ) ci hanno elevato una sanzione amministrativa di 5 mila 320 euro, anche se la sanzione per la mancata osservanza di spegnere la musica entro la mezzanotte era minima, loro però erano venuti per quel motivo. Di conseguenza, da quella sera, noi abbiamo dovuto annullare tutti i concerti che avevamo in cartellone. Avevamo invitato tutti gruppi di fuori Terni. Iniziano a suonare intorno alle ore 23 e non puoi chiedergli di smettere a mezzanotte. Ma noi viviamo di autofinanziamento, questi concerti ci servivano per racimolare i soldi per la ristrutturazione dello stabile che ci ospita e per tutte le attività e le iniziative che facciamo durante l'anno. Il risultato è disastroso. L'attività estiva è stata praticamente ferma. Non abbiamo incassato un euro e ci stiamo indebitando. Ecco l'elenco dei soci del centro che stanno tirando fuori di tasca loro i soldi , Simone me lo mostra. Ci sono nomi e cognomi e importi versati. Io stesso ho messo mano al portafoglio per le spese legali dell'avvocato che ci segue ( per il verbale dei vigili urbani n.d.r. ) . E' tutto pubblico, non abbiamo niente da nascondere. La nostra attività non è a fine di lucro. Il nostro bilancio è a pareggio e se è in perdita provvediamo noi ".


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Se in Comune vi convocheranno, quali saranno le vostre richieste? " La prima cosa che chiederemo, dice Simone Zugnoni , è quella che si ritorni il prima possibilie sull'ordinanza, anche perchè buona parte dell'estate è già passata. Faremo presente che questo modo di agire, di fatto, ci impedisce qualsiasi attività. Vorremmo sapere, poi , che idea di città hanno in mente. Se vogliono trasformare la città di Terni in una città dormitorio. Lo sanno che quelle centinaia di giovani che affollavano il nostro centro la scorsa estate quest'anno se ne sono andati fuori? Noi abbiamo subito un danno economico rilevante. Ecco, vede, dobbiamo comprare un pò di cose che ci servono per rimettere a posto questa ala della casa, per renderla vivibile. La cassa del centro sociale è vuota e se vogliamo completare i lavori dobbiamo metterci i soldi di tasca nostra. Ci si stanno impegnando 10/15 persone, qualcuno ci sta consumando anche le ferie ". Prima di salutarci, Zugnoni mi fa notare un piccolo comma dell'ordinanza, questo : " eventuali deroghe delle limitazioni modali e temporali previste dalla presente ordinanza possono essere concesse dal Sindaco in occasione di eventi e/o festività particolari ". Che significa? " Significa che il Sindaco può concedere delle deroghe per eventi speciali " . E allora? non mi pare di ricordare un evento per tutta l'estate. " Come no, a settembre che c'è alla Passeggiata " . Già, che c'è?

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