di Christian Marazzi

Sul futuro del mercato petrolifero la confusione è massima. Da una parte, tutti gli analisti convengono che la Libia non è il problema: se è vero che già il 60 per cento della produzione è stato congelata, ciò che corrisponde alla perdita dell’1.1 percento dell’offerta mondiale di petrolio, l’Arabia Saudita può facilmente colmare una perdita di questa entità. Dall’altra parte, come osserva The Economist (“Oil pressure rising”, 26 febbraio), dagli anni ’70 ad oggi il petrolio si è notevolmente globalizzato. Ad esempio, la Russia ha superato l’Arabia Saudita come produttore mondiale di greggio. La quota dell’OPEC nella produzione mondiale è scesa dal 51 per cento di metà anni ’70 a poco più del 40 per cento di oggi. Il problema è politico, dato che le spare capacities, le riserve, sono essenzialmente saudite e dato che dal Bahrain, confinante con l’Arabia Saudita, dove la produzione di petrolio è minima, passa comunque il 18 per cento del greggio mondiale. Non a caso la scorsa settimana il re saudita si è affrettato ad annunciare la distribuzione di 36 miliardi di dollari ai suoi cittadini! Quindi, le previsioni sono molto azzardate. Si passa da 120 a 220 dollari al barile del Brent, anche se i più si aspettano nel medio termine (?) un ritorno a 100 dollari Si tenga conto che, secondo una stima “a spanna” che circola tra gli economisti, un aumento prolungato (per i prossimi due anni) del 10 per cento del prezzo del petrolio comporta, mediamente, una riduzione di mezzo punto percentuale del PIL globale. Negli Stati Uniti, dove la terziarizzazione avanzata dell’economia ha comportato una diminuzione sensibile del consumo di petrolio per unità di prodotto rispetto agli anni del fordismo, lo stesso 10 per cento d’aumento del prezzo comporta uno 0.2 per cento di riduzione del PIL e uno 0.1 percento di aumento della disoccupazione (Financial Times, “Oil price surge puts fragile US recovery at risk”, 25 febbraio).
In ogni caso, affidarsi ai modelli previsionali serve a poco (non funzionano in tempi di crisi politica). E’ invece molto probabile che uno shock sui mercati petroliferi abbia il medesimo effetto della crisi del debito sovrano europeo dello scorso anno, quindi: perdita di fiducia sui mercati finanziari, caduta dei prezzi delle azioni, ritorno della recessione. E, come accadde lo scorso anno, tentazione di rilanciare la quantitative easing, la creazione di moneta da parte della Federal Reserve. Solo che oggi il rischio d’inflazione c’è. O, meglio: un aumento del prezzo del petrolio, distraendo il consumo da altri beni, crea una situazione schizofrenica: da una parte aumentano i prezzi della benzina (e non si sa per quanto tempo), dall’altra il paniere di beni su cui è misurata l’inflazione (core inflation) resta fermo, almeno fino a quando le aspettative d’inflazione non innescano un processo di self-fulfilling prophecy, forzando la Fed ad intervenire con l’aumento dei tassi d’interesse. La gestione dell’inflazione, insomma, è un vero e proprio dilemma per le autorità monetarie, anche perché le rivendicazioni salariali sarebbero difficili da contenere malgrado gli alti tassi di disoccupazione. La situazione è ancora peggiore in Europa, e non è migliore nei paesi emergenti (maggiore consumo d’energia per unità di prodotto). C’è da aspettarsi una dinamica del genere: lotte salariali e lotte sul reddito sociale contro la rendita petrolifera. Virtù dei beni comuni, dei commons!
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