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giovedì 24 marzo 2011

Gaza sotto attacco terroristico israeliano. E intanto crescono le proteste in Baharain, Siria e Yemen

israhellApprofittando della nuova guerra colonale e imperialista dell'Occidente contro la Libia, Israele continua imperterrito la propria operazione di pulizia dei palestinesi, sempre "di troppo". Alcuni aggiornamenti dal Facebook di Vittorio Arrigoni

Ore 16.10 - E' un massacro. Un nuovo massacro made in Israel. Il carro armato israeliano ha puntato e colpito: 5 civili uccisi, 10 feriti. 2 bambini ammazzati. Stavano giocando a calcio. I loro nomi sono: Muhammad Jihad Al-Hilu, 11 Yasser Ahed Al-Hilu, 16 Muham...mad Saber Harara, 20 Yasser Hamer Al-Hilu, 50 e un quinto cadavere non ancora riconosciuto.

Ore 15:15 - Boati come di esplosioni sopra tutta Gaza city dovuti a caccia F16 che rompono il muro del suono a volo radente sugli edifici. Si definiscono sonic booms, si traducono in una parola sola: terrorismo.

Ore 11:15 - Un drone (UCAV) ha appena bombardato a Est di Al Nazzan street, Est di Shuajaiyeh. Colpiti alcuni guerriglieri della resistenza.

Ore 9:45 - Invasione di 3 carri armati a est di Gaza city. Hanno appena bombardato. Un ferito.

Ore 9:00 - Terrorismo israeliano. 18 civili colpiti solo questa notte. 7 bambini, 2 donne. A quando bombardamenti NATO su Tel Aviv? Netanyahu è più figo di Gheddafi?

***

Siria, Yemen, Egitto Bahrain. La primavera che si fa largo

siria_scontro_poliziaMentre le bombe euroamericane continuano a piovere in Libia. Altrove, nel resto dei paesi arabi i movimenti continuano la loro lotta innescata già da settimane se non da mesi, o addirittura riescono a trovare la forza in un momento difficile a muovere i primi passi, proprio come in Siria.

Un venerdì della collera che nella scorsa settimana ha acceso numerose piazze del grande paese arabo della protesta contro il regime e la crisi. A Damasco le iniziative del movimento sono state segnate dalla richiesta di liberazione delle decine e decine di prigionieri politici o provenienti dal mondo dell’associazionismo e dell’informazione. Ma per raggiungere la piazza più incisiva e determinata dobbiamo andare a sud e lasciare la capitale.

Daraa una città importante di una regione che vive soprattutto di agricoltura dove forse il mix tra un proletariato giovanile altamente scolarizzato, disoccupazione e repressione potrebbe divenire una miscela sociale davvero esplosiva che fa subito tornare alla mente di molti commentatori le prime giornate di protesta tunisine nella regione del Regueb. Usciti da scuola venerdì, una quindicina di ragazzini di Daraa sono stati notati dalle forze di sicurezza mentre tracciavano sui muri scritte anti-regime, soprattutto l’ormai famoso slogan trans-arabo “il popolo vuole la caduta del regime”, tratti in arresto, la rabbia dei manifestanti già pronti a scendere in piazza, si è scatenata per la giornata di iniziativa del movimento. Decine di migliaia in strada, scontri, lacrimogeni e poi proiettili (che lasciano a terra 5 manifestanti), è iniziata così la prima prova tecnica di movimento in Siria. “No alle leggi d’emergenza. Siamo un popolo innamorato della libertà” questo lo slogan che il movimento gridava domenica tentando di raggiungere gli edifici del governo regionale subito dopo i funerali dei manifestanti uccisi. Ma ancora una volta lacrimogeni e spari. Muore un altro giovane manifestante. Il regime ha annunciato l’apertura di inchieste sui fatti accaduti, ma non ha mostrato nessun segno di apertura alle rivendicazioni della piazza che introducono la piattaforma di lotta con la richiesta della fine immediata delle leggi d’emergenza in vigore in Siria dal 1963.

[Alcune fonti parlano che proprio in questi minuti (13h ore italiane) una grande manifestazione sta attraversando la città di Daraa. I manifestanti urlano “rivoluzione, rivoluzione”, e l’esercito sembra che stia prendendo posizione intorno alla città.]

La piazza yemenita si trova in queste ore in un momento cruciale. Un movimento variegato e ricco di sfumature tra opposizioni politiche e composizione sociale che vede al centro gli studenti e le studentesse universitari come volano e punto di forza. Una delle primissime piazze a salutare le insurrezioni tunisine ingaggiando un conflitto durissimo contro il regime. Tenaci e coraggiosi con un piano di radicali riforme politiche e indispensabili nuove forme di distribuzione della ricchezza si stanno scontrando con le forze di polizie e le milizie filo governative.

Nei giorni scorsi l’escalation di violenza del regime: si contano più di 50 morti per arma da fuoco tra i manifestanti, e il regime inizia a tremare per un terremoto sociale che aumenta invece di rifluire. In queste ore veniamo a conoscenza che uno dei principali ufficiali dell’esercito yemenita, Ali Mohsen Al-Ahmar si è schierato insieme alle sue truppe dalla parte del movimento e diversi militari di tutte le gerarchie stanno intervenendo, in segno di partecipazione e solidarietà, dal palco del sit-in permanente in prossimità del campus universitario di Sanaa, mentre altri carri armati, plotoni e tank hanno preso posizione intorno al palazzo della presidenza in segno di difesa del regime. A margine dei funerali dei tanti manifestanti uccisi anche le più alte autorità religiose hanno annunciato la propria volontà di accogliere le istanze del movimento esortando le forze della repressione a cessare con le violenze. Diversi ambasciatori dello stato yemenita stanno rassegnando dimissioni, così come il governatore della città di Aden (la seconda del paese). Sembra l’effetto a catena che succede allo scioglimento del governo ordinato ieri notte dal presidente Ali Abdullah Saleh.

In Egitto siamo alla resa dei conti tra il movimento da una parte e gli islamisti, l’esercito e il partito PND (il partito di Mubarak) alleati nella campagna referendaria per il “si”. Vincono questi ultimi su l’affluenza alle urne del 40%. A perdere invece sono i Giovani della Rivoluzione del 25 gennaio, l’Associazione Nazionale per il cambiamento di Al-Baradei, il partito Ghad, i comunisti di Tagammu, i liberali Wafad, il partito nasserista, e il partito del Fronte Democratico che avevano lanciato la campagna per il “no”, ovvero nessuno spazio per riformare l’attuale costituzione ma avviare immediatamente i lavori per allestire una costituente capace di dare ragione della rivoluzione del 25 gennaio.

Con la vittoria dei “si” passano in blocco alcuni emendamenti alla costituzione, che sembrano agli occhi di molti solo delle riforme formali quanto parziali, e comincia la campagna elettorale per le prossime elezioni. Sia i fratelli musulmani e il loro nuovo partito Libertà e Giustizia che l’NPD il partito di Mubarak si trovano ora in netto vantaggio nella campagna elettorale forti i primi dell’organizzazione ormai secolare in Egitto (che si traduce con potenza economica e influenza politico-culturale e sociale) e i secondi che godono ancora del sistema lobbistico ancora in piedi dopo la cacciata del vecchio rais.

Le altre organizzazioni politiche e le espressioni d’opposizione della società civile non dispongono degli stessi mezzi degli avversari ed alcuni neanche della volontà politica di concorrere in un sistema partitico che denunciano già come espressione della contro rivoluzione in atto. Nelle settimana precedenti d’altronde l’esercito aveva attuato un ripiego ultra repressivo contro le organizzazioni sociali più avanzate nella lotta e aveva represso e criminalizzato duramente tutti gli eventi di conflitto che alludevano alla volontà popolare di voler andare fino in fondo nell’ottenimento degli obiettivi della piazza rivoluzionaria. Aperture politiche formali (come lo scioglimento della polizia politica) si erano succedute ad arresti indiscriminati, processi da corte marziale contro attivisti e manifestanti che durante i sit in di protesta sono stati attaccati dalle manganellate elettriche della celere e dell’esercito. Ieri pomeriggio sfidando il copri fuoco e lo stato d’emergenza in migliaia hanno raggiunto comunque piazza Al-Tahrir gridando “Aizin dostur gadid”, (vogliamo una costituzione nuova) e poi no alla contro-rivoluzione, segno che il movimento egiziano tiene posizione e ha chiaro ormai il panorama delle alleanze e delle controparti dello scenario politico post-Mubarak.

In Bahrain il re Hamad bin Isa Al-Khalifa dopo la repressione del fine settimana, forte delle armate degli altri paesi del golfo, parla di un piano eversivo orchestrato dall’estero (Iran) per destabilizzare il paese. Molti leaders del movimento sono stati arrestati e dopo aver sgomberato la piazza dove erano stato allestito l’accampamento dei manifestanti, aver butatto giu e demolita la statua della perla “ritenuto elemento perturbatore dell’ordine pubblico”, la corona bahrenita tenta di utilizzare la supposto ingerenza iraniana per dividere il movimento, che però fin dai primi cortei e sollevazioni di piazza ha rifiutato nettamente la divisione tra sciiti e sunniti, reclamando insieme, giustizia sociale e riforme politiche.

tratto da www.infoaut.org

23 marzo 2011

martedì 15 febbraio 2011

Il cappello di Obama sull'Egitto

obama-superObama si è affrettato a mettere il cappello dell'America sulla rivoluzione egiziana. Si è rifornito di tutti gli aggettivi del repertorio della retorica per fare capire quanto è vicino al popolo egiziano ed ai valori che lo hanno spinto ad assediare per quasi tre settimane il Faraone e costringerlo alla abdicazione, alla fuga dalla Capitale. Ma, nonostante l'appoggio all'unisono di tutta la batteria massmediatica dell'Occidente che sta montando la menzogna della rivoluzione egiziana come un successo di Obama, la sua performarce non riesce convincente. Il fermento rivoluzionario dei paesi alleati degli USA nel Nord Africa lo ha colto di sorpresa. Bel Alì e Mubarak da trenta lunghissimi anni hanno fruito dell'appoggio incondizionato e dei finanziamenti dell'Occidente. Questo appoggio è stato evidente fino a ieri e addirittura nel corso stesso della crisi. I blocchi sociali, gli establishement, le forze armate della Tunisia e dell'Egitto sono stati e sono tuttora profondamente integrati con le dirigenze degli USA e dell'Europa. Fittissimi rapporti d'affari e sociali intrecciano i ricconi di questi paesi con le banche e le borghesie dell'Occidente. I rampolli dei detentori del potere egiziano o tunisino studiano nelle più prestigiose Università USA o inglesi. L'Occidente non ha influenzato con le sue idee la rivoluzione in corso. Ha tentato diverse volte di usare la rivendicazione dei diritti civili nei confronti dell'Iran per rovesciarne il regime che, rispetto quello egiziano e tunisino, è fatto di persone oneste che non hanno sottratto miliardi di dollari ai loro popoli. L'Iran ha un servizio sanitario nazionale e un welfare tra i migliori del mondo e certamente superiore a quello americano. Gli iraniani non vivono con due dollari al giorno come la maggioranza degli ottanta milioni di egiziani.

Gli USA e l'Occidente non hanno mai sollevato in questi trenta anni la questione della libertà e della democrazia in Egitto ed in Tunisia e continuano a non sollevarla nei confronti del regime feudatario e carcerario dell'Arabia Saudita. Tutte le loro attenzioni sono state dedicate all'abbattimento di Ahmadinjed, a Sakineh, a criminalizzare Hamas, ad esaltare i valori della "unica democrazia" del Medio Oriente, Israele, che è un regime nazi-sionista che pratica da sempre il terrorismo di Stato e l'omicidio "preventivo" come normale ed usuale comportamento per decapitare i palestinesi della loro classe dirigente.
Il Faraone è caduto non solo per la tirannia oppressiva verso il suo popolo e per la quale dovrebbe essere processato, ma anche per la sua complicità con la politica israeliana di segregazione e distruzione della nazione palestinese. La pace Israele-Egitto che era nata come fattore positivo di stabilità della Regione é diventata complicità nella repressione del popolo palestinese. Non mi riferisco soltanto al muro di acciaio che l'Egitto sta costruendo per carcerare la popolazione di Gaza, ma anche all'appoggio a tutte le scelte della escalation israeliana. Appoggio che va dalla moltiplicazione delle colonizzazioni alla pretesa di fare di Gerusalemme città soltanto degli ebrei e per gli ebrei,
al terribile silenzio osservato per i bombardamenti di Gaza e per l'invasione del Libano.
Il popolo egiziano è insorto contro la ingiustizia del suo stato di semiprigionia e di sospensione dei diritti ma anche per la crescente tragedia dei palestinesi diventati sagome per il tiro a segno dei cecchini israeliani, vittime predestinate di un genocidio a bassa intensità, di crudeltà inaudite specie verso i bambini carcerati .

E' possibile immaginare un Egitto libero e democratico accanto ad una Palestina sofferente e sempre di più ridotta a lager da Israele? Io credo di no e credo che l'appoggio di Obama e dell'Occidente ad Israele provocherà altri sommovimenti nella regione.

Onore al popolo egiziano per la sua rivoluzione vittoriosa! Ancora oggi moltissimi giovani festeggiano in Piazza Tahir. Ma la gestione della rivoluzione è nelle mani dei militari che sono complici da sempre del regime di Mubarak. Si è creata la stranissima e surreale situazione di una rivoluzione che festeggia un colpo di Stato militare del quale non sappiamo quasi niente. Certo è importante che il potere non sia stato trasferito a Omar Suleiman, ma l'esercito non è certo depositario e garante delle ragioni della rivolta.
La delegittimazione del movimento dei fratelli musulmani e del partito comunista hanno decapitato la rivoluzione del suo centro laico democratico e popolare. La rivoluzione non ha un suo gruppo dirigente e non ha in mano niente.
Si può sperare in scelte giuste da parte di un potere misterioso e gerarchico distante dal popolo quanto lo era Mubarak, integrato con il Pentagono e con Israele? Queste scelte "giuste" non ci saranno fino a quando non cambierà la politica dell'Impero che oggi, pur essendo in crisi ed in grave declino, continua ad insistere nella imposizione del suo ordine mondiale.
di Redazione IL PUNTO ROSSO a cura di PIETRO ANCONA
12 febbraio 2011

domenica 2 gennaio 2011

Coop Italia chiude il confronto. Stop Agrexco rilancia iniziative di pressione sulle principali catene commerciali

Comunicato stampa. Coop Italia chiude il confronto. Stop Agrexco rilancia iniziative di pressione sulle principali catene commerciali.

boicotta_prod_israelianiCoop Italia chiude il confronto con la Coalizione italiana contro Agrexco in corso da alcuni mesi e conferma la sua intenzione di continuare la vendita di prodotti illegali provenienti dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati e di portare avanti i rapporti commerciali con Agrexco.

In una lettera datata 09/12/2010 Coop Italia ha comunicato a Stop Agrexco che “ritiene conclusa la fase di confronto […], come pure l’attività tesa ad una maggiore trasparenza dell’informazione possibile in merito ai prodotti da essa commercializzati, essendo la sua missione ben diversa da quella di un ente incaricato alla valutazione politico sociale delle scelte commerciali”.

Come a dire che i principi stabiliti nel Codice Etico dell’azienda e gli standard di responsabilità sociale valgono fino a un certo punto e cedono il passo alle priorità degli affari con Israele (che vanno ben oltre la frutta in vendita nei supermercati) e alle pressioni delle lobby israeliane.

Questo è il modo in cui Coop Italia risponde alle richieste di rispetto della legalità internazionale e dei diritti dei consumatori che sono al centro del confronto con Stop Agrexco. Coop Italia chiude la porta in faccia agli oltre 4,000 firmatari (in maggioranza soci) della petizione “NO ai prodotti illegali nella mia COOP” che chiede all’azienda di sospendere la commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane e di interrompere i rapporti commerciali con aziende che, come Agrexco, traggono profitti dal regime di occupazione illegale dei territori palestinesi.

Coop Italia afferma però che offrirà in vendita i “prodotti con l’utilizzo di un’etichetta che indichi la loro effettiva provenienza” (Israele o colonie), sulla base di un sistema di certificazione che utilizza codici relativi alle località di produzione forniti dalla stessa Agrexco. In linea di principio l’etichettatura differenziata consentirebbe trasparenza dell’informazione al consumatore sull’origine dei prodotti, ai sensi dell’art. 6 del Codice del Consumo.

Tuttavia, la formulazione proposta da Coop per i prodotti delle colonie (Origine: Israele e il luogo di produzione – ad es: Valle del Giordano) fornirebbe informazioni false (le colonie NON sono parte di Israele per la legge internazionale). Inoltre, l’affidarsi ad Agrexco per la verifica dell’origine non dà garanzie adeguate in quanto questa azienda è già sospettata di non fornire informazioni corrette riguardo

alla esatta provenienza dei prodotti esportati in Europa, per aggirare le norme doganali. In ogni caso, a prescindere da come vengono etichettate, commercializzare merci prodotte sfruttando le risorse economiche di territori occupati militarmente non può essere considerato legittimo né etico.

Nella lettera Coop Italia ribadisce che non intende interrompere i rapporti commerciali con Agrexco, con la motivazione che “è interessata a promuovere e a sostenere le iniziative di incontro anche in ambito commerciale, delle culture dei popoli del mediterraneo, convinta che per tale via si possa promuovere il loro sviluppo economico e sociale”. È difficile vedere come i rapporti di Coop con un’azienda che si rende responsabile della depredazione di risorse dei territori occupati e trae profitto da un regime di occupazione militare possano promuovere lo sviluppo economico e sociale. Non certo lo sviluppo a favore degli agricoltori palestinesi che, a causa delle

colonie dove si producono i prodotti esportati da Agrexco, si vedono sottratti terra, acqua e le basi stesse della loro sopravvivenza.

La Coalizione italiana contro l’Agrexco, interpretando anche il sentimento di migliaia di soci Coop, esprime un forte rammarico per le scelte di Coop Italia.

Avevamo chiesto a Coop Italia di fare prevalere una scelta di legalità, giustizia e solidarietà, che avrebbe fatto onore ai suoi principi e alla sua storia e l’avrebbe differenziata dalle altre aziende della grande distribuzione, ma le aspettative in questo senso di migliaia di soci e di clienti sono state deluse. Non ci resta che trarre le dovute conseguenze.

Ribadiamo che Coop Italia non costituisce l’obiettivo centrale della nostra azione, e che Agrexco, come azienda-simbolo della violazione dei diritti dei palestinesi sottoposti ad occupazione, rimane al centro delle iniziative di boicottaggio, nel quadro delineato dalla campagna internazionale BDS.

Tuttavia, continueremo con determinazione le nostre azioni di pressione nei confronti di Coop Italia e di tutte le altre aziende della grande distribuzione che continuano a

commercializzare i prodotti illegali di Agrexco.

Non chiediamo a queste aziende di aderire a un boicottaggio, ma semplicemente di non servirsi di fornitori che con la loro attività contribuiscono a consolidare il processo di colonizzazione dei territori palestinesi e a mantenere l’oppressione della sua popolazione, individuando fornitori alternativi e sostenendo possibilmente i produttori e gli esportatori palestinesi.

Chiediamo a queste aziende di evitare di rendersi complici, anche indirettamente, delle violazioni della legalità internazionale e dei diritti umani e di fare una scelta di responsabilità sociale.

Continueremo le nostre iniziative di boicottaggio contro Agrexco con tutti i mezzi a nostra disposizione, inclusi quelli legali, chiedendo il sostegno di tutti i cittadini che hanno a cuore pace e giustizia per la Palestina.

“Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto di stare dalla parte dell’oppressore”.

Desmond Tutu (Premio Nobel per la Pace e leader della lotta contro l’Apartheid in Sud Africa)

23/12/2010

Coalizione italiana contro l’Agrexco

Donne in Nero, Comitato Palestina Bologna, Pax Christi, Mashi – Orme in Palestina, Ya Basta! Bologna, Federazione RdB, Gruppo Studio Politecnico 09, Associazione Campi Aperti, Associazione Orlando, VAG61, XM24, Berretti Bianchi Onlus

mercoledì 4 agosto 2010

Il boicottaggio per la Palestina dà i suoi primi frutti

La campagna per svuotare i supermercati degli articoli delle colonie di Cisgiordania costringe alcune fabbriche israeliane a ridurre la produzione e crea scompiglio. Il governo di Tel Aviv protesta ma l'Anp sostiene lo sforzo all'interno dei Territori occupati

boicotta_prod_israelianiLe fabbriche israeliane situate in Cisgiordania sono state costrette a ridurre la produzione giacché un crescente movimento di boicottaggio palestinese comincia a produrre i suoi effetti. Il boicottaggio, approvato dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha ricevuto nuovo impulso questa settimana, quando a Ramallah è stata lanciata una campagna per vuotare le corsie dei supermercati dei prodotti provenienti dalle colonie.
"L’obiettivo è accertarsi che il mercato palestinese non abbia più prodotti delle colonie israeliane entro la fine dell’anno" ha detto il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad al lancio della campagna "Da magazzino a magazzino" al supermercato Alameen. Un’equipe di volontari ispezionerà i 66.000 magazzini in Cisgiordania nelle prossime settimane, rilasciando certificati e adesivi per le vetrine a quelli che non hanno prodotti delle colonie. Dopo un periodo di tolleranza, i negozianti che possiedono ancora tali prodotti nei magazzini potrebbero essere passibili o di una multa di oltre £9,000 o di prigione fino a 5 anni, in virtù della legge che è già stata approvata, ma non ancora resa operativa, dal consiglio legislativo palestinese.
"Questa è l’espressione quotidiana del rifiuto dell’occupazione" ha detto Fayyad. "Ciò contribuirà ad assicurare che l’economia palestinese sia autosufficiente. Non ci sarà in Palestina un solo negozio che non potrà affiggere i nostri adesivi". I sostenitori del boicottaggio sono attenti a distinguere tra i prodotti delle colonie in Cisgiordania, che sono illegali secondo il diritto internazionale, e i prodotti provenienti dall’interno di Israele. Questi ultimi continueranno ad essere venduti nei negozi palestinesi.
La campagna è stata attaccata dai politici, gli uomini d’affari e i commentatori israeliani. "I Palestinesi si oppongono alla pace economica e prendono provvedimenti che alla fine colpiranno loro stessi" ha detto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il mese scorso. Il mercato della Cisgiordania vale circa 200 milioni di dollari all’anno per il commercio israeliano. Ma alcune fabbriche delle colonie vendono circa il 30% della loro produzione sul mercato palestinese, e il boicottaggio fa già sentire il suo impatto su di loro. 17 fabbriche a Mishor Adumim, un grande centro industriale tra Gerusalemme Est e Gerico, avrebbero già chiuso dall’inizio della campagna di boicottaggio. Alcune fabbriche delle colonie starebbero pensando di tornare in Israele. Altre, nella zona industriale di Barkan, vicino alla colonia di Ariel, hanno ridotto la loro produzione, secondo quanto afferma David Ha’ivri del consiglio regionale di Shomron, una organizzazione pro-coloni nel nord-est della Cisgiordania. "Molte fabbriche cercano mercati alternativi" ha detto. "Un’officina che produce telai per finestre in alluminio, che vendeva il 30% della sua produzione sul mercato palestinese, ha ridotto le ore di lavoro dei suoi operai per non licenziare", ha detto. Più della metà dei 5-6000 lavoratori nella zona di Barkan sono Palestinesi, assunti sotto la legislazione del lavoro israeliana, che hanno diritto al salario minimo israeliano di circa 1.000 dollari al mese - considerevolmente più alto del salario medio nell’economia della Cisgiordania. "(Il boicottaggio) è un’azione poco intelligente dell’Autorità palestinese" ha detto Ha’ivri. "I danni procurati saranno risentiti da entrambe le parti. Stanno tagliando il ramo sul quale sono seduti".
L’Autorità Palestinese ha creato un fondo di 50 milioni di dollari per fornire impiego alternativo e sussidi, nello sforzo da una parte di scoraggiare i Palestinesi ad andare a lavorare nelle colonie e dall’altra di alimentare l’economia palestinese. Secondo l’Associazione degli imprenditori di Israele, circa 22.000 Palestinesi sono impiegati dall’economia delle colonie - nell’edilizia, in agricoltura, nell’industria e nei servizi. Essa terrà un incontro straordinario questa settimana per verificare l’impatto del boicottaggio e riflettere sulle azioni da intraprendere. Dan Catarivas, dell’Associazione, ha detto che le ditte erano più preoccupate dal ritiro di Palestinesi dal lavoro che dal boicottaggio delle merci, benché l’impatto sia irregolarmente distribuito. "Queste ditte israeliane dovranno trovare nuovi lavoratori - o israeliani o stranieri. Ma alla fine le compagnie israeliane troveranno altre opzioni, e i lavoratori palestinesi si ritroveranno senza impiego". Egli ha detto che il governo israeliano aveva offerto vantaggi alle ditte per impiantare fabbriche in Cisgiordania, ed era possibile che alcune di queste cercassero ora dei compensi per le loro perdite.
L’Autorità palestinese ha detto di essere soddisfatta del livello di sostegno al boicottaggio, che in un recente sondaggio si aggirerebbe attorno all’85%. Fayyad ha detto che esso "incoraggia il popolo" a resistere contro l’occupazione israeliana senza ricorrere alla violenza. "Le persone sentono una fierezza nazionale nel poter partecipare a questa campagna" ha detto un portavoce. Il boicottaggio fa parte di un tentativo più ampio di incoraggiare alla resistenza non-violenta contro l’occupazione israeliana, comprese le ampie manifestazioni pacifiche contro il muro di separazione.
Internazionalmente, il boicottaggio guadagna terreno. Le direttive dell’Unione Europea insistono perché i supermercati indichino chiaramente l’origine dei prodotti sulle etichette per permettere ai consumatori di distinguere tra i prodotti palestinesi, israeliani e quelli delle colonie. Il proprietario del supermercato Alameen, Erekat Ribhi Shukar, ha sottolineato che i prodotti palestinesi erano competitivi in qualità e prezzo con quelli delle colonie. "Dovremmo sostenere i produttori palestinesi per aiutare la nostra economia" ha detto sotto un manifesto che dichiarava: "La mia coscienza è chiara: niente prodotti delle colonie nel mio negozio". Dietro il magazzino, due giovani acquirenti, guardando una vetrina frigo contenente prodotti caseari palestinesi ed israeliani, ma non delle colonie, hanno detto che loro sostenevano la campagna. "Vogliamo prodotti che favoriscono la nostra economia, e non quelli che la danneggiano" ha detto una di loro.

articolo tratto da The Guardian

Traduzione a cura di MariaChiara Tropea per www.ilmegafonoquotidiano.it

3 agosto 2010

Provocazioni sioniste d'estate. Lampo di guerra al confine tra Libano e Israele


Torna alta la tensione al confine tra Libano e Israele: nonostante la situazione non si sia mai potuta definire tranquilla, lo scontro di quest'oggi è il primo reale fuoco dalla guerra combattuta nel 2006. Il conflitto armato tra gli eserciti di Israele e Libano è avvenuti lungo il confine provvisorio tra i due Stati, lungo "la linea blu di demarcazione", nei pressi di Adaysseh, ad una trentina di chilometri dalla città costiera di Tiro, nell'est della parte meridionale del Libano.

Lo scontro armato
La dinamica dello scontro resta da chiarire nel dettaglio (...), così come sono incerti i numeri dei morti e dei feriti in entrambi gli schieramenti. Il leit motiv dell'esplosione del fuoco sarebbe stata l'ennesima provocazione israeliana: niente di nuovo, semplicemente la riproposizione della prepotenza dello Stato ebraico. I soldati israeliani hanno sfondato il perimetro dell'area sotto loro supervisione, per andare a rimuovere alberi nella parte libanese, sparando colpi d'artiglieria dinnanzi al dietrofront (inascoltato) comandato dall'esercito del Libano, che ha quindi risposto al provocatorio atto sionista. Episodio dal quale è partito lo scambio di lanci di razzi e raffiche di armi automatiche tra i due eserciti. Un elicottero israeliano ha bombardato una postazione di militari libanesi distruggendo un blindato. Due razzi katiuscia sono stati lanciati dal Libano sul nord d'Israele. I soldati israeliani hanno lanciato quattro razzi contro una postazione militare libanese, andando però a colpire il vicino villaggio di Adaysseh, ferendo un civile.

Morti e feriti Sono i primi morti dall'attacco infame del luglio-agosto 2006, conflitto nel quale l'esercito d'Israele si scontrò con le milizie di Hezbollah. Guerra d'estate nella quale Israele disseminò ancora morte e distruzione, venendo però beffato dalla resistenza delle milizie di Hezbollah, che pur nella disparità ed inferiorità militare costrinsero lo Stato sionista alla sconfitta politica. Oggi i libanesi uccisi sono quattro (tre soldati ed un giornalista del quotidiano Akhbar), un civile e sembra cinque soldati i feriti. Un soldato israeliano è nella conta dei morti, nella quale potrebbe aggiungersi (se confermato) anche un ufficiale, imprecisato il numero dei soldati sionisti feriti, sarebbero diversi.

Nel Libano
Le reazioni in Libano sono state dure: il presidente Michel Suleiman e il premier Saad Hariri hanno puntato l'indice contro quella che hanno definito "aggressione" di Israele. Hariri ha condannato "la violazione della sovranità libanese" ed aggiunto che il Libano "chiede alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di assumersi le proprio responsabilità e fare pressioni su Israele per mettere fine alla sua aggressione". Suleiman ha denunciato la "nuova violazione israeliana della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza Onu". Interessante guardare a come è andata ad evolversi la realtà del Libano negli ultimi due anni: Suleiman è stato eletto alla guida dello Stato perchè capace di mantenere bilanciati i delicati equilibri politici e religiosi del Paese dei Cedri, non venendo (apertamente) osteggiato da nessuna fazione libanese e dimostratosi in grado di relazionarsi politicamente con Hezbollah; Hariri, vittorioso nelle elezioni che avevano tutti gli ingredienti per potersi rivelare il "trionfo (elettorale) di Hezbollah", da preannunciato fantoccio borghese degli americani in Libano ha compiuto (con tattica intelligenza) una serie di passaggi delicati che oggi lo mettono nelle condizioni di potersi più liberamente giocare le proprie carte con ridimensionata sudditanza esogena, con addosso la pressione più tenue degli Hezbollah.

E l'Unifil? E' stata la risoluzione 1701 dell'Onu che ha messo diplomaticamente fine alla guerra del 2006 nel sud del Libano, istituendo proprio in quella zona la missione di 12mila soldati dell'Unifil. Oggi, dopo la gestione italiana (...), la zona è pattugliata e comandata dal contingente spagnolo dell'Unifil... con compiti di governance di un lembo di terra sottoposto a costanti tensioni geopolitiche... Vien da domandarsi, pur nell'inutilità e nella falsità della presunta missione umanitaria: dov'erano le truppe spagnole stamattina? erano impegnate a prendere in bocca i sassi delle popolazione libanese (come successo un paio di settimane fa, con conseguente ritiro temporaneo dei soldati Onu da diversi villaggi) o si sono attenute all'ordine supremo di far finta di non vedere se è Israele a muovere la violazione...?

Nel frattempo resta alta la tensione in Medioriente, la provocazione sionista in Libano è solo l'ultimo tassello di un gioco ad incastri che si sgretolerà...


[da Nena News] Sulle agitazioni degli ultimi giorni in Medioriente:

Approfondimenti sulla realtà regionale dei conflitti mediorientali:

martedì 1 giugno 2010

Oggi presidio contro attacco israeliano a navi pacifiste - l.go Villa Glori 18-21‏

Presidio di protesta contro il massacro israeliano dei volontari internazionali

No al terrore d’Israele e all’assedio della striscia di Gaza !

La Confederazione Cobas di Terni condanna l’inaudito attacco militare israeliano in cui sono stati assassinati 19 volontari pacifisti delle imbarcazioni della Freedom Flottilla dirette a Gaza per portare aiuti umanitari (medicinali, alimenti, giochi e materiale scolastico) ed esprime piena solidarietà ai 700 attivisti aggrediti e all’intera popolazione palestinese che quegli aiuti non vedrà mai arrivare.

L’attacco e l’uccisione di civili in acque internazionali si configura come una vera e propria aggressione terroristica, che dovrebbe indurre tutti ad una mobilitazione urgente e ad abbandonare ogni complice difesa della politica di occupazione israeliana messa in atto da otre sessant’anni di distruzione, massacri, apartheid e discriminazione, in barba alle numerose ma solo formali sanzioni dell’ONU.

È chiarissima l’aggressività e l’arroganza di uno Stato che ha sempre agito nella consapevolezza della totale impunità a livello internazionale: dal massacro di 1400 civili, di cui 300 bambini, del gennaio 2009 allo sgombero forzato e continuo dei palestinesi dalle loro case, fino al recente rifiuto della firma dell’accordo di non proliferazione nucleare e all’avvio della costruzione del Muro di acciaio sul confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, finanziato dagli Stati Uniti, che isolerà materialmente questa striscia di terra ormai da anni definita una “prigione a cielo aperto”.

Chiediamo un serio intervento di condanna internazionale della politica aggressiva dello Stato di Israele, in solidarietà ai volontari internazionali e alla martoriata popolazione palestinese.

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Oggi 1 giugno invitiamo tutti a partecipare al presidio di protesta da noi organizzato che si terrà a Largo Villa Glori – Corso Tacito dalle ore 18,00 alle 21,00.

Promosso da: Confederezione Cobas Terni (per info e contatti: 392.1517551)

Aderiscono: Centro Studi Scuola Pubblica, Comitati di Base della Scuola, Associazione donne Plaza de Mayo, Centro sociale “Germinal Cimarelli”

Contro Israele la rabbia e l’indignazione del mondo: in Italia decine di manifestazioni


Marco Santopadre, Radio Città Aperta

31-05-2010/16:24 – I cronisti italiani continuano a ripetere che tra gli attivisti della Freedom Flotilla assassinati questa mattina all’alba nel violentissimo raid dell’esercito israeliano – si parla di imbarcazioni mitragliate e cannoneggiate via mare e dagli elicotteri – non vi sono italiani. Come se cambiasse qualcosa. Altri ricordano insistentemente che le vittime non sono 19 o 16, cifra riportata dalla radio militare israeliana, ma ‘solo’ 10. Come se cambiasse qualcosa. Quale che sia il trattamento mediatico di questa vicenda poco cambierà nel rapporto tra l’opinione pubblica mondiale, e anche italiana, e lo Stato di Israele. Durante tutta la notte i servizi segreti di Israele avevano cercato di bloccare la diffusione di notizie sull’assalto alla Freedom Flotilla, operando anche azioni di jamming delle comunicazioni dalle navi coinvolte verso il resto del mondo. Ma l’azione di censura tecnologica è riuscita solo in parte, ritardando solo di qualche ora la diffusione di audio e di video che mostrano la crudeltà dei corpi speciali di Tel Aviv accanirsi contro civili inermi. Che qualche attivista si sia difeso con gli attrezzi che aveva a disposizione e ferendo qualche militare sionista nulla cambia.
A poche ore dalla ennesima strage israeliana contro civili inermi, oltretutto avvenuta in acqua internazionali in un vero e proprio atto di pirateria – lo hanno ammesso le stesse autorità sioniste quasi a vantarsi della propria spregiudicatezza – in tutto il mondo si sta sollevando un’ondata mista di tristezza e di rabbia, di sconcerto e di indignazione. In tutto il pianeta si moltiplicano le manifestazioni contro il nuovo atto criminale che ha colpito il convoglio che tentava di consegnare alla stremata popolazione di Gaza aiuti umanitari e apparecchiature mediche per alleviarne la sofferenza . A Istanbul questa mattina circa diecimila persone sono scese in piazza, prendendo di mira il consolato di Tel Aviv, mentre il governo richiamava l’ambasciatore del regime sionista e poi annunciava la rottura formale delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, con Tel Aviv che diramava un comunicato urgente ai propri cittadini invitandoli a lasciare in fretta e furia la Turchia. Una paradossale concezione, quella israeliana, della sicurezza dei propri cittadini, esposti da oggi a possibili rappresaglie dopo quanto accaduto a 70 km dalle coste della Striscia di Gaza. Il primo a fare le spese della rabbia contro Israele è stato un ciclista israeliano, aggredito da un attivista turco nella città di Tekirdag, il lato europeo della Turchia, mentre correva per il Tour della Tracia.
Ci sono cortei anche in Libano, in Giordania, mentre nel pomeriggio in tutte le capitali mondiali ed in centinaia di città europee una vasta rete di organizzazioni internazionaliste, di solidarietà e pacifiste si stanno dando appuntamento per denunciare l’inaccettabile strage di questa mattina.
Il governo italiano, col sottosegretario Mantica, nonostante tutto sostiene Tel Aviv e provoca, affermando che «Non ho ancora elementi sufficienti per capire cosa sia successo ma la questione era nota da giorni. Questa vicenda si può classificare come una voluta provocazione: aveva un fine preciso, politico. Possiamo discutere sulla reazione israeliana – osserva – ma pensare che tutto avvenisse senza una reazione di una qualche natura era una dilettantesca interpretazione di chi ha provocato questa vicenda. Credo che in operazioni di guerra così delicate queste azioni spettacolari servano solo a peggiorare la situazione e a rendere ancora più impraticabile la strada del dialogo. Mi pare – prosegue Mantica – che sia in atto una voluta provocazione per vedere fino a che punto Israele reagisce. Poi, sul merito della reazione israeliana, non do giudizi perchè ancora non conosco bene i fatti ma sperare che Israele non reagisse era un’illusione. Il principio della rappresaglia israeliana – conclude – è un principio conosciuto nel mondo».
A poco è servita la parziale e tardiva rettifica del Ministro Frattini, equidistante per finta e più che altro preoccupato della sincerità del suo collega di governo che ha ripetuto pari pari quanto ha detto poco fa Ehud Barak, ministro israeliano della difesa e leader del partito laburista (le colombe!), quando ha accusato gli attivisti e gli organizzatori della Freedom Flotilla di aver provocato la legittima reazione dell’esercito di Tel Aviv. In una conferenza stampa, Barak ha detto che sono gli attivisti i veri e unici responsabili degli atti che hanno causato la morte di almeno 15, e forse 19, persone a bordo delle navi assalite questa mattina dai commandos israeliani. Secondo il capo di stato maggiore Gabi Askenazi, inoltre, i commandos avrebbero «reagito» all’assalto violento di alcuni attivisti. Danny Ayalon, vice di Barak, è andato oltre e ha accusato gli attivisti di essere legati ad Al Qaida (!)
Ma per fortuna anche governi complici, in vario modo, di Israele hanno preso posizioni maggiormente responsabili: Svezia, Francia, Danimarca, Spagna e Austria hanno già convocato gli ambasciatori israeliani per inoltrare proteste ufficiali. Da parte sua il governo bulgaro sta insistentemente chiedendo spiegazioni sulla sorte di due giornalisti spariti nel nulla. La stessa sorte è toccata agli altri 700 tra attivisti, operatori umanitari, giornalisti e esponenti politici presenti a bordo delle sei imbarcazioni al momento del tragico assalto, tra loro tre italiani (compreso il collaboratore della Rai Manolo Luppichini e la direttrice dell’agenzia di stampa Infopal Angela Lano). Anche l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, (che non è certo una progressista) attraverso uno dei suoi portavoce, ha chiesto a nome dell’Unione europea che sia aperta una inchiesta completa per far luce sulle circostanze dell’attacco alla flotta pacifista diretta a Gaza. La Ashton ha chiesto inoltre un’apertura immediata e incondizionale del transito di aiuti umanitari, beni e persone da e verso Gaza. In Europa la posizione più netta è quella del governo greco, che forse vuole farsi perdonare dai suoi cittadini il massacro sociale ai quali li sta sottoponendo: stamattina la Grecia ha annunciato di avere annullato un’esercitazione congiunta dell’aviazione con Israele. Un portavoce del ministero della Difesa di Atene ha precisato che le manovre ‘Minoan 2010′ erano iniziate il 25 maggio e dovevano terminare il 3 giugno.
Tutte le forze della sinistra radicale francese e i verdi francesi invitano i loro concittadini a scendere in piazza questo pomeriggio in numerose città di Francia, tra cui Parigi, per protestare. Il Nuovo Partito anticapitalista di Olivier Besancenot, insieme a comunisti e verdi, ha condannato duramente la vicenda e si sono dati appuntamento questo pomeriggio davanti all’ambasciata israeliana a Parigi – con la parola d’ordine ‘Chiudiamo la sede diplomatica israeliana’ – ma anche al porto di Marsiglia, a Montpellier e in altre città dell’esagono.
In Italia manifestazioni e presidi di protesta sono state indette dal Forum Palestina, da altre associazioni di solidarietà e da tutte le forze politiche della sinistra: a Roma alle 17 in piazza San Marco; a Milano alle 17,30 in piazza San Babila; a Bologna alle 17 in piazza Maggiore; a Genova alle 18 davanti alla Prefettura; a Torino alle 17 davanti a palazzo Nuovo; a Firenze presidio alle 17 sotto la Prefettura in via Cavour 1; a Napoli alle 17 a piazza Plebiscito; a Grosseto alle 18 davanti alla prefettura; ad Alessandria domani alle 16,30 in piazza Libertà; a Vicenza alle 18,30 davanti la prefettura; a Modena alle 17 sotto la Ghirlandina; a Venezia alle 17 al Ponte di Rialto; a Livorno alle 18 in piazza Grande; a Bergamo alle 18 in piazza Vittorio Veneto; a Genova alle 18 in piazza De Ferrari; a Firenze, alle 18 davanti alla prefettura; a Pisa, alle 17 a piazza xx Settembre; a Novara, alle 17,30 davanti alla prefettura; a L’Aquila alle 18 alla rotonda della Guardia di Finanza; a Livorno alle 18 in Piazza Grande; a Padova alle 17,30 davanti alla prefettura; a Parma alle 18 in Piazzale della Pace; a Pesaro alle 18,30 davanti al Comune; a Treviso alle 18 davanti alla Prefettura, a Varese alle 17 davanti alla prefettura; a Viareggio alle 17 davanti al comune.

domenica 30 maggio 2010

Aerei israeliani sferrano vari attacchi sulla Striscia di Gaza


E Cipro proibisce la partenza della Freedom Flotilla!

Gaza - Infopal. Alle prime ore di quest'oggi, sabato 29 maggio, aerei israeliani hanno sferrato una serie di attacchi sulla Striscia di Gaza.

Fonti palestinesi affermano che gli aerei occupanti hanno lanciato nove missili verso l'aera dell'aeroporto internazionale di Gaza, a Rafah.

Altri due missili sono stati sparati dagli aerei israeliani contro una ferriera nel quartiere di az-Zaytun, nella zona sud-occidentale della città di Gaza, provocando seri danni, anche se non si hanno notizie di morti o feriti.


Israele-Palestina, Cipro proibisce la partenza della Freedom Flotilla

Il governo cipriota cedendo alle pressioni di Israele, ha deciso [ieri] di proibire la partenza della Freedom Flotilla, anche se la posizione ufficiale del governo cipriota rimane la stessa: sostenere la battaglia del popolo Palestinese.
Kyriacos Triantaphyllides, un membro del Parlamento Cipriota e alla guida della sezione cipriota che partecipa alla 'Freedom flotilla' ha dichiarato di preoccuparsi solamente che gli aiuti arrivino a Gaza.
Cipro era il meeting point delle navi. Al momento si aspettano le reazioni ufficiali da parte degli organizzatori della Freedom Flotilla.

Nella mattinata [28 maggio_ndr.] le navi turche della Freedom Flotilla, in viaggio verso Israele, hanno ricevuto la comunicazione che sarebbero state oggetto di arrembaggio da parte delle forze israeliane. Fonti dell’esercito hanno, inoltre, fatto sapere che le imbarcazioni della Flotilla saranno dirottate nel porto israeliano di Ashood. Tutti gli attivisti saranno fatti sbarcare e smistati in enormi tendoni, allestiti lungo la costa meridionale, dove verranno identificati e, se necessario, sottoposti a cure mediche. Chiunque rifiuterà questo trattamento, verrà condotto nelle prigioni israeliane. Maya Kadosh, portavoce del ministro degli Esteri, ha inoltre dichiarato che le forze israeliane non vogliono usare la forza, ma che sono comunque pronte a uno scontro militare.

In risposta alle dichiarazioni delle autorità dello Stato d’Israele è arrivato il comunicato stampa degli operatori dei media a bordo della nave «Ottomila». «Noi, giornalisti, videoreporter e freelance a bordo della nave Ottomila della Freedom Flotilla – si legge nel testo – considereremo ogni aggressione israeliana contro di noi una grave violazione della libertà di stampa, sancita da numerose convenzioni internazionali. Ribadiamo che noi siamo qui per svolgere il nostro dovere professionale al seguito della missione umanitaria della Freedom Flotilla».

venerdì 9 aprile 2010

Intervista a Haitham al-Khatib, giornalista-videomaker del comitato popolare "friends of freedom and justice" di Bi'lin


Haitham al-Khatib è giornalista e vive a Bil’in, villaggio occupato della Cisgiordania. Al-Khatib filma i raid, così come le manifestazioni settimanali contro il Muro e per questo motivo è diventato una personalità ben conosciuta attraverso i suoi coraggiosi reportages.

Quella che segue è un'intervista che ha rilasciato qualche mese fa


Com’è la vostra vita quotidiana attualmente ?

Haitham al-Khatib : A causa dei raid, la notte non dormo e giro nel villaggio con dei militanti internazionali e degli amici per sorvegliare su ciò che fanno i soldati quando giungono nel villaggio mascherati, tra le 2 e le 4 del mattino e invaono le nostre abitazioni. I nostri figli sono terrorizzati. A 15 anni, sono stato io stesso imprigionato: avevo veramente paura e così oggi sento la responsabilità di fare un tentativo per mettere fine a ciò che accade e aiutare le future generazioni.

Tutti i venerdì filmo le manifestazioni nonviolente contro il Muro. Le forze di occupazione hanno rubato oltre la metà delle nostre terre per costruire le colonie e il Muro: così noi protestiamo. Quest’anno durante una manifestazione hanno ucciso un caro amico, Bassem Abu Rahme. Aveva le braccia alzate e diceva ai soldati di non sparare perchè un israeliano era stato ferito, ma lo hanno ucciso lo stesso. Dopo questo incidente ho capito quanto sono importanti le immagini per far conoscere la verità ; l’esercito ha dichiarato che Bassem è stato ucciso perchè lanciava pietre. Io stavo fotografando in quel momento; pensavo che Bassem fosse solo ferito, ma quando ho capito la situazione, lo choc mi ha fatto abbandonare il mio apparecchio fotografico.

JM : Qual è l’impatto dei raid notturni sulla vostra vita familiare ?

HK : Io ho perso il mio lavoro di elettricista da quando sono iniziate le incursioni notturne e dunque siamo in una situazione finanziaria molto difficile. Non solo da me, ma tutti gli abitanti del villaggio dormono vestiti perchè ognuno teme di essere il prossimo a essere buttato giù dal letto sotto la minaccia di un’arma automatica. Io non dormo più a casa, perchè, se vogliono me, preferisco che almeno i miei figli riposino.

Mio figlio più piccolo, Karme, ha due anni. Gli è stata diagnosticata una leucemia quando aveva otto mesi. Lo portavo tutti i giorni all’ospedale di Gerusalemme, ma ora incontro sempre più difficoltà nell’ottenere i permessi necessari dalle autorità israeliane. Così ci va mia moglie. L’autorità palestinese pagava le cure per Karme, ma non possiamo più contare sul suo sostegno: all’inizio dell’anno hanno cessato di pagare e ho dovuto trovare 20.000 NIS (circa 3800 €). La mia famiglia non può permettersi tali spese ospedaliere.

JM : Perchè filmate gli attacchi notturni ?

HK : Perchè ho l’impressione che sia mio dovere mostrare al mondo la realtà di ciò che accade qui. E perchè immagino che, se la mia telecamera non fosse lì, i soldati israeliani si comporterebbero in modo ancora più brutale e resterebbero più tempo nel villaggio. Noi andiamo in giro anche per tentare di bloccare gli arresti violenti dei nostri ragazzi, anche se sembra impossibile.

JM : Siete mai stato ferito mentre filmate ?

HK : Si, molte volte ! Durante una recente invasione, alcuni soldati hanno tentato di imprigionarmi, ma sono scappato e mi sono ferito a una gamba con un pezzo di metallo di una macchina. I soldati mi hanno lasciato quando hanno visto che ero steso per terra.
I soldati mi attaccano spesso e cercano di rompere la mia telecamera, come è successo durante l’ultimo raid.
Ma sono stato ferito anche molte volte durante le manifestazioni nonviolente contro il Muro. Una volta, mentre facevo delle foto, un soldato mi ha detto che se non la smettevo, mi sparava un colpo in testa. Io non ho creduto alle sue parole e ho continuato a fare ciò che stavo facendo. E lui mi ha sparato un proiettile di gomma-acciaio e mi ha fratturato il cranio. Mentre ero in terapia intensiva, pensavo a una sola cosa : « Perchè ? » Non stavo facendo niente di male, ma i soldati non volevano che il mondo intero vedesse la verità sulle loro azioni mentre vantavano la « democrazia » israeliana sui grandi mezzi di comunicazione.
Ma non si tratta solo di me: centinaia di persone e numerosi giornalisti sono stati feriti durante queste manifestazioni non violente.

JM : Progetti per il futuro ?

HK : Sogno di poter insegnare a filmare agli abitanti del mio villaggio, affinchè, quando i loro figli saranno arrestati o rapiti, le loro madri lo potranno mostrare al mondo intero.
La settimana prossima vado in Svizzera con Shai Pollak, un militante e regista israeliano, un amico, per presentare "Bil’in Habibti" (un film di Shai sulla campagna di resistenza nonviolenta nel nostro villaggio) al Festival della Biennale Libera dell’Immagine in Movimento, a Ginevra.
Spero che questo film servirà per dimostrare al mondo che il Muro non è lì per questioni di sicurezza, come vuol fare credere Israele, ma per rubare le nostre terre e costruire colonie illegalmente.

JM : Riuscite a vedere la fine dell’occupazione ?

HK : Credo che un giorno ci arriveremo, ma per ora bisognerà lottare ancora a lungo. Se tutta la Palestina seguirà il modello Bil’in, saremo liberi.

giovedì 4 febbraio 2010

Berlusconi: Israele, I love you!


Israele? "La più grande democrazia del medioriente"
L'ingresso in Europa, "il mio più grande sogno!"
L'attacco a Gaza? "Una giusta reazione!"


Dopo le stoccatine presto archiviate di due giorni fa contro l'inadeguatezza (tattica) delle colonie, Berlusconi non perde tempo a riconfermarsi come quel "grande amico d'Israele" che in fondo è sempre stato e di cui la stessa Israele in fondo non ha mai dubitato, come confermano le parole d'apprezzamento di Nethanyau ("campione di pace, sicurezza e libertà") pronunciate proprio a ridosso delle osservazioni improvvide del Cavaliere nella sua giornata d'esordio alla visita di Stato. Del resto, gli israeliani lo sanno bene, la fedeltà di Berlusconi al progetto sionista è fuori discussione: felicemente prostrato da sempre a superiori (e indiscutibili) assetti internazionali, Berlusconi è un alleato, per così dire, "naturale" dell'entità sionista.

E dunque, da ospite che fa onore alla casa ospitante, il presidente ha fatto oggi la sua parte, rendendo gli onori dovuti. Così, a suggello di una visita ufficiale di Stato che tra gli altri ha avuto anche lo scopo di rinsaldare lo speciale accordo militare tra i due stati (un unicum in tutta Europa), Berlusconi si è lanciato in una vera e propria dichiarazione d'amore per Israele. E tutti sanno che quando si tratta di spararle grosse Silvio non ha uguali.

"Israele? E' il più grande esempio di democrazia e di libertà nel Medio Oriente, se non l'unico esempio." Questo ha detto oggi al Parlamento Israeliano. Durante il suo discorso di fronte alla Knesset il presidente del consiglio italiano ha tenuto inoltre a precisare, con orgoglio, che l'Italia non ha mai accettato le conclusioni del rapporto Goldstone, Israele ha diritto di esistere come stato ebraico e l'Italia si oppose al rapporto Goldstone dell'Onu perché Israele dispiegò una giusta reazione ai missili di Hamas da Gaza e all'ondata terroristica della seconda intifada".
"E' stata una giusta reazione". Questo il commento di Silvio Berlusconi nei confronti dell'attacco israeliano su Gaza.

Irrefrenabile Silvio Berlusconi, senza ritegno nello schierarsi sempre e comunque dalla parte del più forte. Non una parola, infatti, è arrivata dal premier sulle enormi sofferenze che Israele continua a combinare ai danni di milioni di palestinesi.
Tanto per rinfrescare la memoria e ricordare qualche cifra: l'operazione "Piombo Fuso" - protrattasi dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio 2009 - è costata la vita a 1400 persone, di cui oltre 900 erano civili. I bambini uccisi furono 320. Oltre 5.000 i feriti. Fra gli Israeliani 13 le vittime, 4 civili e 9 militari, 4 di questi per fuoco amico.
Berlsuconi è al corrente del massacro compiuto da questa "grande democrazia"?

giovedì 26 marzo 2009

Racconti shock dei soldati israeliani "Così a Gaza abbiamo ucciso civili"


GERUSALEMME - Eccoli i racconti di guerra, l'ultima, combattuta per tre settimane nella Striscia di Gaza. Racconti che non si vorrebbero mai sentire. Perché non soltanto non c'è niente di eroico, ma c'è molto di raccapricciante e di moralmente rivoltante, in un tiratore scelto che spara su una madre e i suoi due bambini che hanno sbagliato strada, perché così vogliono le regole d'ingaggio, o in un soldato che fa fuoco su una vecchia che cammina smarrita, o su altri giovani in divisa che abusano della loro forza per danneggiare, deturpare, offendere una popolazione civile palestinese che, in fin dei conti, viene considerata tutt'uno con il nemico combattente.

Questo e molto altro ancora lo si è appreso non dalla propaganda palestinese, ma dai racconti dei diretti interessati, decine di allievi dell'accademia Yitzhak Rabin, convenuti lo scorso 13 febbraio per discutere le loro esperienze nell'ambito dell'Operazione "Piombo fuso". Racconti duri, pesanti come macigni, capaci creare molto imbarazzo ai vertici delle forze armate. Al punto che il procuratore militare, quasi a voler bilanciare l'inevitabile scalpore con un gesto rassicurante, ha deciso di rendere pubblica la decisione di aprire un'inchiesta.

È stato Haaretz a svelare i contenuti di quella riunione. Ma il merito di aver fatto scattare l'allarme su tutto ciò che queste testimonianze implicano, va al direttore del programma pre-militare dell'accademia, Danny Zamir, che, sentiti i resoconti fatti dai giovani ma già esperti allievi, s'è rivolto direttamente al Capo di Stato maggiore, Gaby Ashkenazy.

"C'era un casa con dentro una famiglia - ricorda il comandante di una piccola unità di fanteria - . Ordinammo alla famiglia di stare tutti in una stanza. Poi ce ne andammo e arrivò un nuovo plotone. Dopo alcuni giorni venne l'ordine di rilasciare la famiglia. Avevamo messo un tiratore scelto sul tetto. Il comandante rilasciò la famiglia, dicendo loro di andare verso destra, ma dimenticò di avvertire il tiratore scelto che quella gente veniva liberata e che era tutto ok, e non avrebbe dovuto sparare". Anziché a destra, la madre coi due figli prende a sinistra. Il cecchino li vede avvicinarsi alla linea che, secondo quanto gli era stato detto, nessuno avrebbe dovuto oltrepassare. Così "ha sparato subito, uccidendoli".

"Non credo - continua la testimonianza - che si sia sentito troppo male. L'atmosfera generale, da quello che ho capito parlando coi miei uomini, era, come dire, che le vite dei palestinesi sono molto, molto meno importanti delle vite dei nostri soldati".

Regole d'ingaggio assai elastiche, "disprezzo sfrenato", culto della forza fisica, il pregiudizio che "i palestinesi sono tutti terroristi", questa la miscela esplosiva che ha portato agli eccessi che le organizzazioni umanitarie hanno denunciato come crimini di guerra. Un'accusa che Israele ha respinto, ribattendo che le perdite tra i civili palestinesi sono state causate dal fatto che i miliziani di Hamas si facevano scudo della popolazione che affolla i centri abitati, nel cuore dei quali, però, l'esercito israeliano non ha esitato ad adoperare una potenza devastante.

Qui tuttavia non si parla né di bombe al fosforo né di altri micidiali ordigni sconosciuti. Si parla, per quanto possa sembrare fuori logo trattandosi di una guerra, di morale. Non è un caso che il ministro della Difesa, Ehud Barak, si sia precipitato a ribadire che l'esercito israeliano "è la forza armata più morale che esista al mondo". Aggiungendo che, al massimo, quelli da chiarire sono "episodi individuali".

Non la pensano così, invece, i protagonisti dei racconti. A parte alcuni casi di fuoco senza avvertimento contro civili, un comandante descrive alcuni episodi di vandalismo. "Scrivere "morte agli arabi" sui muri (delle case occupate), prendere le foto di famiglia e sputare su di esse soltanto perché lo puoi fare, credo che questa sia la cosa più importante per capire quanto le forze armate israeliane siano precipitate sul piano della morale".

(20 marzo 2009)

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